Corrado Confalonieri

Su questo santo piacentino segnalo innanzitutto due recenti pubblicazioni di Umberto Battini (Edizioni Storiche Compagnia di Sigerico). Il Confalonieri era un nobile che un giorno cacciava in compagnia della moglie e di amici. Per snidare la selvaggina ebbe la bella pensata di appiccare il fuoco alla macchia. Ne scaturì un incendio che finì col devastare i villaggi vicini. Corrado e gli altri se la svignarono in tempo. Ne fece le spese un poveraccio che raccoglieva legna da quelle parti, il quale fu condannato a morte. Allora i colpevoli si fecero avanti e confessarono. Naturalmente dovettero risarcire ogni cosa. I coniugi Confalonieri ne uscirono completamente rovinati. Allora, vedendo in ciò un segno divino, diedero ai poveri quel che era loro rimasto. Lei, meno che ventenne, si fece clarissa. Lui, che di anni ne aveva venticinque, se ne andò in eremitaggio. Corrado trascorse diverso tempo in preghiera e penitenza. E ci diede dentro così tanto che in breve la fama della sua santità si sparse per l’intorno. Si sa, poi, come vanno queste cose: ogni giorno c’era qualcuno che saliva all’eremo del «santo» per raccomandarsi, chiedere grazie, consiglio, guarigione. A un certo punto, stufo dell’affollamento, il Confalonieri se ne andò lontano. Per l’esattezza si portò in Sicilia, dove si piazzò nella valle di Noto a fare l’anacoreta. Ma anche qui non ebbe quella solitudine che cercava. Quando si diffuse la voce delle sue capacità taumaturgiche fu un continuo viavai di gente, soprattutto malati di ernia. Trent’anni così, poi il santo piacentino morì. Era il 1351.