Corre con il velo, ma è sponsorizzato

Marco Zucchetti

Se in Vaticano due cardinali discutono di calcio, in Qatar, dove si disputano i Giochi Asiatici, sport e Fede non si sposano così serenamente. A Doha infuriano le polemiche, legate appunto alla difficile commistione tra sport e simboli religiosi. Il consiglio olimpico d’Asia ha minacciato sanzioni per gli atleti iraniani che mostreranno messaggi religiosi (il pesista Hossein Rezazadeh ostenta la scritta «Abolfazl», un richiamo al terzo imam sciita), mentre ha destato sdegno la velocista del Bahrain Ruqaya Al Ghasara, che ha corso con un velo sponsorizzato Nike.
Se il logo di una multinazionale americana su di un simbolo islamico come il velo sembra stridere, nulla di scandaloso vi fu però nella maglietta mostrata da Kakà nel giorno della vittoria del campionato 2003-04: il brasiliano, fervente cristiano, indossava una t-shirt del suo sponsor tecnico Adidas con la scritta «I belong to Jesus» («Appartengo a Gesù»).
E pure la pericolosità dei simboli religiosi nelle manifestazioni sportive non è fenomeno inedito. Accadde a Glasgow, durante il derby del 12 febbraio scorso, quando il portiere polacco del Celtic (la squadra dei cattolici) ricevette un’ammonizione giudiziaria per incitazione alla violenza dopo un segno della croce rivolto ai tifosi protestanti dei Rangers.
La Fede fa parte dell’intimità di ognuno, sportivi inclusi. Come George Weah, che recitava le preghiere prima del calcio d’inizio, o Lucho Gonzalez, l’argentino con tatuate addosso icone di Cristo e della Madonna. Religiosi, sì, e pure con qualche eccesso, come nel caso di Taribo West: il difensore nigeriano, ai tempi dell’Inter, disse a Marcello Lippi che Dio gli aveva assicurato che avrebbe giocato. Lippi, sardonico, non ebbe invece fede: «Strano - rispose -, a me non ha detto niente».