«Correre senza doping si può Ecco com’era il mio ciclismo»

Il supertestimone al contrario non ha bisogno di cappucci neri e nomi in codice. Non chiede inquadrature di spalle e voce falsata. Ha un identikit preciso e lineare: nome, cognome, faccia. Trovarlo risulta già una mezza impresa: in un ambiente dove la regola sono i traffici con il doping, quest'uomo è pronto a raccontare un altro ciclismo. Denuclearizzato. Il ciclismo senza trucchi e additivi, il ciclismo esistito davvero. Il personaggio non si porta sulle spalle le glorie di Merckx, ma nell'ambiente è comunque molto conosciuto. Si chiama Riccardo Magrini: 53 anni, di Montecatini, ha corso per dieci stagioni tra i professionisti, gregario di lusso comunque capace di vincere una tappa al Giro e una al Tour. Attualmente è anche commentatore televisivo di Eurosport. Pochi parlano chiaro come lui. Pochi come lui, in questo dannato periodo, possono uscire dal coro raccontando tutto un altro modo di salire in bicicletta.
Magrini, prima il giuramento. Capirà, con l'aria che tira...
«Che devo giurare?».
Giuri che lei non si è mai dopato in vita sua.
«Lo giuro».
Allora si può correre senza doping?
«Certo. Io l'ho fatto. Prima nelle categorie giovanili, poi tra i professionisti. Senza doping. Ma non voglio passare per eroe. Allora era così».
Bum.
«Libero di non credermi. Al massimo si sentiva parlare di anfetamine, per non avvertire la fatica. Hai voglia i cocktail di oggi... Io ho smesso nel 1987. Agli esordi ho corso nell'epoca di Gimondi e Bitossi, poi in quella di Moser e Saronni. Quando mi sono ritirato, si cominciava a parlare dell'emotrasfusione. I guai, quelli seri, sono arrivati con gli anni Novanta».
L'Epoca dell'Epo.
«Appunto. Con una coincidenza terrificante: in quel periodo vengono introdotti i punteggi. Ogni corridore, in base ai suoi piazzamenti, guadagna dei punti qualità. Alla fine, i suoi punti equivalgono a tanti milioni d'ingaggio. Chiunque, persino l'ultimo dei gregari, è incentivato a dannarsi per guadagnare punti. E cadiamo nel delirio totale. Al doping di gruppo. Dove tutti, alla fine, si dopano anche solo perché sanno che gli altri si dopano. Con un effetto grottesco: dove sono tutti dopati, riemerge quello che ha più doti naturali. Come sarebbe senza doping».
Tornando al dilemma: si possono scalare cinque colli alpini senza doping?
«Si può. L'ho fatto».
Si può correre per tre settimane di fila senza doping?
«Si può. L'ho fatto».
Lo giura?
«Lo giuro».
Sa quanto valgono i giuramenti, nel ciclismo?
«Lo so, ma non me ne importa nulla. Io giuro. Se c'è qualcuno che ha qualcosa da ridire, lo aspetto al varco».
Dica un po': come si fa a praticare uno sport tanto faticoso senza doping?
«Come me l'hanno insegnato i miei direttori sportivi. Prima quelli del paese, quando correvo tra i ragazzini. Poi i Pezzi, i Cribiori, i Poggiali».
Sarebbe?
«Sveglia presto, tanto allenamento, alimentazione sana, niente alcol, niente fumo. Alle ore ventidue, si spegne la luce».
E com'è che lei non è diventato Merckx, facendo così?
«Punto uno: queste gerarchie le decide la natura. Un atleta deve conoscersi e accettarsi. Io ero un ottimo aiutante di Van Impe, per esempio. Già questo mi gratificava. Non avevo bisogno di inventarmi chissà quali fantasie...».
Punto due?
«Punto due, non sempre spegnevo alle ore ventidue. Lo sanno tutti: mi piaceva sciare, mi piaceva cantare e ballare, soprattutto mi piacevano le donne. Allora, un tabù assoluto».
Il sesso, dice?
«Una regola tassativa, per i ciclisti di allora, era niente sesso. Adesso fa ridere, però rende l'idea del sistema. Negli ultimi anni invece abbiamo visto gente volare sull'Alpe d'Huez, uscire in discoteca, concludere la nottata con la cameriera dell'albergo, e la mattina ripresentarsi al via per affrontare il Mont Ventoux. Ma chi sono, Nembo Kid?».
Però lo ammetta: avrà incontrato anche lei, un giorno, il diavolo tentatore. Una siringa, una pasticca, un qualcosa...
«Tanto per dire: il medico lo vedevamo due volte l'anno. All'inizio e alla fine. Al massimo, ti dava il ricostituente: come agli studenti sotto esame. No, non ero disposto a giocarmi la salute. E poi tutti quanti avevamo troppo terrore dell'antidoping, dei nostri stessi direttori sportivi, delle nostre famiglie...».
Proprio come adesso, con le mogli che riempiono i bagagliai.
«Ecco, appunto. I corridori ci mettono del loro, ma attorno si è creato un sistema terrificante. I dirigenti sanno sempre tutto, ma poi cadono sempre dal pero. Prendi Rasmussen: sparisce un mese prima del Tour, dice di essere in Messico, la squadra non sa nulla. Via...».
Devono sempre andare ad allenarsi in capo al mondo.
«Sudafrica, Australia, America Latina. Ai miei tempi, si andava tuttalpiù a Laigueglia. Comunque, con i controlli a sorpresa che vanno a trovarli ovunque essi siano, sta finendo anche questa strana storia degli stages in capo al mondo».
Per lei il ciclismo è morto?
«È vicinissimo. Un altro passo e c'è il funerale».
Che fare?
«Radiazione al primo errore. Con gli ignoranti che non capiscono, serve solo il bastone. Non devono correre più, nemmeno tra i cicloamatori. Devono capire la gravità della cosa».
Ma si riuscirà adesso a tornare indietro?
«Sarebbe da deficienti non tornare indietro».
Ha fiducia?
«Un poco. Vedo già corridori che si staccano sulle prime salite, come il Magrini di una volta, quando aveva dato tutto per il capitano. Spero sia l'inizio della svolta».
Si può correre in bicicletta senza doping?
«Si può».
Anche oggi?
«Anche oggi».
Lo giura?
«Lo giuro».