La corrida ritorna di moda grazie a un matador pentito

Dopo anni di buio la Spagna torna a impazzire per la Plaza de Toros. Grazie a Josè Tomas, un matador che non parla mai ma che piace più di Ronaldinho

Dicono che abbia un che di ieratico, Josè Tomas. Lo sguardo ipnotico, l'incedere altezzoso. I gesti misurati. Il cuore che amministra il respiro. Il respiro che rassicura il cuore, passo dopo passo, nell'arena. E così, d'altra parte, controllando le emozioni e i riflessi. Sorridendo appena, come sorrideva appena o niente affatto el matador mas grande di tutti i tempi, Manolete, che si diventa sacerdoti. Sacerdoti particolari della più particolare e sanguinosa, amata e odiata, liturgia spagnola: la corrida. Tre a Barcellona a la tarde del 17 Giugno, due a Pontevedra alla stessa ora del 4 Agosto, tre a Salamanca il 12 settembre, quattro a Murcia sempre a la tarde, naturalmente, appena tre giorni dopo. Francamente abbiamo perso il conto delle orecchie di toro, il massimo del riconoscimento dopo una prova eccellente, che il nuovo sacerdote della più antica liturgia è già riuscito a tagliare, zac con un colpo netto di spada, dal giorno del suo debutto, appena dodicenne, era il 25 luglio del 1987, ad oggi. E, francamente, diciamo la verità, non essendo tra gli aficionados dell'argomento, poco ci importa tenere questo macabro conto.

Ci importa invece prender nota sul taccuino di cronisti che qualcuno, anzi qualche centinaio di spagnoli vorrebbe Josè santo subito. Perché Josè, che nella versione extralong, all'iberica, fa Josè Tomas Roman Martin, è riuscito già nel suo primo miracolo. Ha resuscitato la corrida. L'ha riportata sulle prime pagine dei giornali spagnoli. Ha persino costretto El Pais, quotidiano appena appena snob, a tornare ad annunciare gli appuntamenti di tauromachia nelle varie arene del Paese. Perché Josè e solo Josè, classe 1975, dopo anni di vuoto pneumatico e di arene semideserte, dopo schizzi di fango e di veleno. Dopo il niet dell'Unione Europea e degli animalisti, che hanno messo al bando, come barbaro e sanguinoso retaggio, l'uccisione dei tori in una battaglia mascherata da spettacolo, sembra venuto da un altro pianeta (anche se è nato e cresciuto a Galapagar, alle porte di Madrid) per emulare ciò che è sempre difficile emulare: il mito. Per raccogliere l'eredità di Manolete, alias Manuel Rodríguez Sánchez, il mitico torero degli anni Quaranta per il quale, quando terminò carriera e vita incornato, il generalissimo Franco proclamò tre giorni di lutto nazionale. Certo per fare i miracoli, o meglio per far gridare al miracolo, ci vogliono anche i proseliti o supporter che dir si voglia. E lui, Josè, ne ha trovati e ne continua a trovare giorno dopo giorno.

Una vera e propria lobby guidata e mobilitata da Miguel Cid Cebrian, un avvocato già consigliere legislativo per il Partito socialista, che è diventato il presidente dell'Associazione Parlamentare per la Corrida. Un'associazione traversale, assolutamente interpartitica pronta a gridare olè ad ogni paso doble nella plaza de Toros del suo nuovo eroe. Talmente forti, quelle grida a difesa della corrida, che sono rimbalzate fino al Los Angeles Times che le ha raccolte in un reportage: «Ci sentiamo minacciati - ha dichiarato ai colleghi americani l'avvocato Cebrian - e fra i maggiori nemici siamo purtroppo costretti a contare anche lo stesso Parlamento europeo dopo quella sorta di editto che ha emesso contro la nostra corrida. Senza nemmeno considerare l'intensità e le emozioni che sa regalare

D'altra parte che c'è di male? È vero, il toro viene ucciso. Ma il toro deve morire, come tutti gli animali. Però - puntualizza il legale - il toro che finisce nell'arena, il toro prescelto per la corrida, viene curato e allevato come un re per quattro, cinque anni. Dopodiché muore in venti minuti». Come dire: ci sono esistenze più grame e fini peggiori.

Resta il fatto che la vita, le opere e i miracoli e la corrida di Josè Tomas sembrano uscire dal celebre dipinto di Edouard Manet, o da un capitolo di quella Fiesta che la fantasia di Hemingway partorì a Pamplona, durante la corsa dei tori di San Firmino. E fanno già, questo è certo, la sceneggiatura di un film. Fors’anche più intrigante, di quello che il regista spagnolo Menno Meyjes ha voluto orchestrare attorno alla figura di Manolete. Perché il miglior regista di Josè Tomas è lui stesso. Lui che, improvvisamente, dopo una carriera folgorante, decide di mollare sangue e arene nel 2002, fiutando il vento del disamore e della contestazioni delle giovani generazioni verso la corrida. Lui, che altrettanto improvvisamente, spinto e sospinto dal vento della nuova e potentissima lobby pro-corrida, riappare magicamente sulla scena. E riparte da primattore nell’Arena Monumental di Barcellona, cinque anni dopo, il 17 giugno, portato in trionfo da ventimila persone che scandiscono il suo nome, gli gettano rose, gli stampano baci sulle guance. «Un brillante matador - dice Isabel Carpio - segretaria generale dell’Unione degli allevatori di tori per le corride (un’istituzione che in Spagna è nata 102 anni fa, ndr) - è come uno scultore, che modella non la creta ma l’animale che ha di fronte. Per questo motivo davanti ad un’artista come Josè Tomas si percepisce bellezza e non dolore o sofferenza durante le sue esibizioni nell’arena». Josè non risponde, non ringrazia. Parla poco. Centellina mosse e reazioni, distilla notizie sulla sua vita privata e, solo dopo un faticaccia che potrebbe far impallidire persino Corona, un rotocalco di gossip spagnolo è riuscito a carpire due innocenti foto di lui in spiaggia con una sconosciuta quanto carina signorina. Ma i soliti precisini insinuano che i boxer da bagno non gli donano. Perché un gran sacerdote come lui non dovrebbe togliersi mai el traje de luce, l’abito di luce del torero, turchese e oro. Che per la prima volta è finito sui poster dei ragazzini, tra quelli del Real e del Barça.