«Corrompono i nostri giovani» In Iran sotto accusa i Benetton

Gli esponenti più radicali del regime se la prendono anche con Louis Vuitton e Dolce&Gabbana

Gli ayatollah, o almeno alcuni esponenti dell’ala più radicale del regime, dichiarano guerra a Benetton e ad altre marche della moda. La colpa è di essere «strumenti della penetrazione culturale dell’Occidente corrotto» attraverso abiti, borse e scarpe. Capi d’abbigliamento ricercati soprattutto dalla donne sulle quali il «mefistofelico» gruppo di Treviso, con a capo il «sionista» Benetton, si suppone il capostipite Luciano, esercita «una cattiva influenza». Nel mirino dei moralizzatori sono finiti anche i marchi Dolce&Gabbana e Louis Vuitton, ma gran parte dei loro prodotti in vendita in Iran sarebbero contraffatti e arrivano dalla Cina. Invece Benetton è sbarcato in forze nel paese degli ayatollah con quattro negozi a Teheran, due a Mashad e uno a Yazd.
L’affondo contro il gruppo di Treviso è stato rivelato dal giornale riformista Etemad e melli. Cinque deputati iraniani hanno preso carta e penna scrivendo una veemente lettera di protesta indirizzata al Majilis, il Parlamento, chiedendo di «impedire l’influenza di Benetton nella moda e nello stile dell’abbigliamento femminile». All’iniziativa si è associato il presidente del Parlamento, Gholam Ali Hada-Adel, che accusa i negozi Benetton di non aver tradotto il marchio e la pubblicità in lingua locale. «I due negozi che ho visto non usano le iscrizioni in farsi e tutte le scritte sono in inglese - ha dichiarato Hada-Adel -. Tutto questo deve essere impedito, in linea con la legge».
Sul giornale conservatore Siasat e Ruz gli stessi deputati moralizzatori hanno messo in guardia il ministro degli Interni affinché «blocchi l’influenza del milionario sionista Benetton nel campo della moda e dell’abbigliamento femminile». Secondo i fustigatori del costume le donne iraniane subirebbero una «cattiva influenza», perché sotto il velo vestono come le occidentali.
Il gruppo di Treviso ha aperto il primo negozio a Teheran nel 2004 «nell’ottica di arrivare in anticipo su un mercato dove ci sono tantissimi giovani sicuramente interessanti alla moda occidentale», spiega al Giornale Federico Sartor, portavoce di Benetton. «Abbiamo una collezione che vale per tutto il Medio Oriente. Dalla Siria a Dubai e nessuno ha detto nulla. Che mi risulti neppure dall’Iran è giunta ufficialmente alcuna minaccia di ritorsioni o chiusure», getta acqua sul fuoco Sartor. Il gruppo di Treviso lavora con partner locali ai quali affida il marchio e l’unica ammissione di «colpevolezza» riguarda le scritte dei negozi: «In alcuni casi sono già in farsi e lo faremo per tutti i negozi, nel rispetto della legge locale». Nel frattempo i quattro deputati della Buoncostume, ovvero la Commissione Cultura, che hanno dato vita al caso, chiedono la chiusura dei negozi Benetton. Inoltre il presidente del Parlamento avrebbe già emanato una direttiva che vieta la vendita di abiti e prodotti firmati da Dolce&Gabbana e Louis Vitton. L’accusa è di «promozione di cultura estranea all’Islam». In pratica le due marche vengono considerate «strumenti della penetrazione culturale dell’Occidente corrotto». In realtà borse Louis Vitton e abiti firmati Dolce&Gabbana sarebbero in gran parte contraffatti e importati dalla Cina. Lo scorso anno il Parlamento iraniano aveva approvato una legge per promuovere la moda iraniana, rigorosamente islamica, contro «l’invasione culturale» dell’Occidente.
L’attacco a Benetton fa parte delle faide politiche che si stanno consumando in Iran. L’attuale sindaco di Teheran è un rivale del presidente Ahmadinejad.