Corrono i titoli Aem e Asm Ma a Milano restano mugugni sulla governance

da Milano

Via libera al decreto legge per la liberalizzazione del mercato elettrico: come previsto, dal 1° luglio tutti, famiglie comprese, potranno cambiare il fornitore dell’elettricità, come già accade per il gas. Fino al 30 giugno i «clienti domestici» non possono infatti scegliere il fornitore, un diritto riservato a grandi e medie imprese, a scendere fino alle «partire Iva». Il decreto di ieri fissa dei «paletti» per evitare che la liberalizzazione del mercato elettrico non si traduca in un immediato aumento dei prezzi. E impone nello stesso tempo alle imprese la separazione societaria tra attività di vendita e di distribuzione di energia. Ma vediamo in concreto quali sono le novità per clienti e fornitori.
Cosa cambia per i consumatori. Innanzi tutto un punto chiaro: libertà di cambiare fornitore non vuol dire obbligo. Quindi i clienti domestici (le famiglie) e i piccoli consumatori (con meno di 50 dipendenti e un fatturato non superiore a 10 milioni) possono decidere di non scegliere un nuovo fornitore e potranno continuare a beneficiare delle condizioni attuali di approvvigionamento. E quelli che invece vogliono provare a cercare l’energia più a buon prezzo? In questo caso l’Authority ha ricevuto dal decreto il compito di stabilire condizioni standard per la fornitura e prezzi di riferimento per elettricità e gas: è la cosiddetta tariffa di transizione che dovrebbe durare fino a fine anno e impedire improvvisi aumenti di prezzo. In altri termini, chiunque potrà cercarsi un nuovo fornitore di elettricità (oltre che di gas) per spuntare condizioni più favorevoli, sapendo di essere coperto dal rischio di un aumento improvviso per un periodo di transizione che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe permettere al mercato di assestarsi.
Le novità per le imprese. Per gli imprenditori la possibilità di cambiare fornitore è già una realtà, ma non tutti hanno approfittato di questa opportunità per i motivi più diversi: non avevano trovato un’offerta conveniente, non gli era stata fatta, o, spesso, non erano neppure al corrente della liberalizzazione. Per dare uno scossone al mercato il governo ha introdotto una novità: tutte le imprese che hanno oltre 50 dipendenti o più di dieci milioni di fatturato (e che quindi non hanno la copertura del periodo di transizione) e che non faranno una scelta godranno comunque di un periodo di garanzia della fornitura. Entro 60 giorni, però, dovranno essere bandite gare al ribasso su base territoriale tra i fornitori. E tutte le imprese che sono rimaste nel mercato «vincolato», cioè che non si sono scelte un proprio fornitore, riceveranno l’energia a prezzo d’asta. È un modo indiretto per venire incontro alle pressioni Ue perché ci sia un vero mercato elettrico almeno per le imprese: non è infatti certo che i prezzi che risulteranno dalle gare saranno convenienti. È possibile (e forse probabile) quindi che le imprese siano spinte a cercare sul mercato chi fa un prezzo migliore di quello dell’asta. D’altro canto le aste su base territoriale potranno offrire un’occasione di inserirsi sul mercato anche alle aziende elettriche locali che potrebbero essere tentate di fare ribassi per crescere sul proprio territorio, innescando così un sistema virtuoso.
Cosa cambia per i fornitori di energia. Come accennato sopra, dovranno essere separate le attività di distribuzione e di vendita. In questo modo attraverso la distribuzione (cioè la rete elettrica a basso voltaggio che collega le case e le fabbriche) potrà passare qualsiasi venditore di energia, pagando ovviamente un pedaggio al gestore della rete locale. L’obbligo di separare distribuzione e vendita scatterà entro sei mesi per le imprese di distribuzione che hanno almeno 100mila clienti. Ma soprattutto dovranno essere aperti i «data base», cioè quegli elenchi di cui dispongono le aziende elettriche da cui si può vedere quali sono i clienti più «interessanti»: in questo modo i nuovi entranti non dovranno andare a cercarsi i clienti a caso.