Corsa ad alta quota La maratoneta dei monti scivola e muore

Polemiche a Sondrio: «Con quel tempo non si doveva assolutamente partire». Marina Moreschi, bergamasca, 43 anni, aveva all’attivo anche alcune spedizioni internazionali

Lorenzo Scandroglio

da Milano

Una concorrente è morta ieri poco dopo mezzogiorno durante l’undicesima edizione del Kima, la corsa internazionale (più lunga di una maratona) che si svolge in val Masino, in provincia di Sondrio. Marina Moreschi - questo il nome della vittima - bergamasca, dipendente delle poste, aveva 43 anni, due figli (una stava assistendo con il fidanzato alla corsa) e, alle spalle, anche un’esperienza alpinistica all’Aconcagua, la più alta vetta delle americhe. Secondo le ricostruzioni dell’incidente fatte da altri concorrenti, la donna si trovava al 20° chilometro sui complessivi 48 del tracciato quando, nell’affrontare uno stretto passaggio tra due placche granitiche, è scivolata precipitando nel sottostante burrone e morendo sul colpo. La tragedia è avvenuta nel tratto in discesa che, dal Passo del Cameraccio, conduce alla val Torrone, a quota 2.600 metri circa. In quel momento nella zona pioveva e nevicava. A quel che sembra alcuni partecipanti alla corsa che hanno assistito alla caduta hanno proseguito, senza prestare soccorso, per poi dare l’allarme mezz’ora dopo al rifugio Allievi-Bonacossa. Non appena ci si è resi conto di quello che era accaduto la gara è stata interrotta ma, nel frattempo, una cinquantina di concorrenti era già arrivata al traguardo. Le operazioni di recupero sono state fortemente ostacolate da una fitta nebbia e soltanto grazie all’intervento di un elicotterista privato che conosceva la zona palmo a palmo è stato possibile portarle a termine con successo sfruttando un temporaneo diradamento della nuvolosità.
Ora, come da copione, infuriano le polemiche: sulla opportunità di far partire la corsa con il tempo già fortemente perturbato in mattinata, alle sei e trenta, quando appunto è stato dato il via; sulla presunta mancanza di protezioni a fianco del sentiero nel punto della caduta; sulla tempestività dei soccorsi. Intanto i carabinieri di Ardenno (Sondrio), che indagano sul caso, hanno informato il magistrato di turno, Elvira Antonelli. Un fascicolo è stato aperto a carico di ignoti. «La Procura dovrà esaminare con attenzione tutti gli atti compiuti nelle prime indagini. Al momento non abbiamo informazioni di reato», si è limitato a dire il procuratore capo di Sondrio, Gianfranco Avella.
«Quella sulle condizioni meteo era una decisione difficile da prendere - commenta l’alpinista e guida alpina locale Jacopo Merizzi - e non avrei voluto essere nei panni del direttore tecnico Daniele Fiorelli. Certo, a 2000 metri nevicava già ma non mi sento di dire che è stato un errore. A posteriori è sempre facile giudicare, specie quando le condizioni non sono nette. La cosa peggiore, a mio avviso, è che alcuni partecipanti, dopo avere visto una persona cadere, non si sono fermati a prestare soccorso. Allora mi chiedo: se le gare si riducono a questo che cosa c’entrano con l’autentico spirito dell’andare in montagna? O, quantomeno, con quello che mi illudo sia lo spirito dell’andare in montagna... ».
Tutto vero. Tutto triste. Ma, premesso che partecipanti e organizzazione non possono affrontare questi eventi impegnativi in ambienti estremi con superficialità (e che quindi devono prepararsi e prendere tutte le precauzioni del caso), resta il fatto che non si può - non ci stancheremo di ripeterlo - eliminare del tutto l’imponderabile e l’intrinseca dose di rischio che, il territorio dell’alta montagna, presenta.