Una corsa contro il tempo

Per chi lavora il tempo a Gaza? La dottrina militare tradizionale israeliana si fondava in passato su tre punti: raggiungere rapidamente gli scopi per evitare l'intervento politico estero mirante a trasformare i successi militari in sconfitte politiche; evitare perdite di soldati capaci di diminuire il sostegno del paese; impedire che il rapporto di forza fra lo Stato e il popolo palestinese trasformi la resistenza del secondo in vittoria. Questi tre principi sono certo operanti nella tattica seguita sinora con alcune varianti che nelle precedenti operazioni contro le milizie palestinesi o islamiche non c'erano.

Anzitutto questa è la prima guerra di Israele accompagnata da una ben organizzata campagna psicologica: ai giornalisti israeliani è stato messo il bavaglio «per garantire la loro sicurezza» e lasciati a dipendere dalle informazioni date dai militari oppure dalle descrizioni di "colore" che ottengono con contatti telefonici senza trovarsi sul campo di battaglia. In secondo luogo è ormai evidente che Gerusalemme non deve preoccuparsi delle reazioni dei paesi arabi, apertamente accusati dalla propaganda iraniana e libanese di aver tradito la causa palestinese. In terzo luogo, mentre ribolle l'ira degli arabi israeliani, forti delle garanzie democratiche di cui dispongono e del loro libero accesso ai media stranieri, la reazione dei palestinesi della Cisgiordania verso quelli di Gaza è sempre più critica.

Hamas è accusato di non aver compreso la lezione della guerra del Libano: di aver "follemente" assunto la responsabilità della rottura della tregua, delle conseguenze che ne sono seguite e della tensione con Il Cairo.

Lo schieramento delle truppe israeliane attorno a Gaza, unitamente al passaggio di aiuti umanitari e all'aiuto ai feriti negli ospedali israeliani, ha il doppio scopo di creare un forte pressione psicologica sui palestinesi - che ignorano se e quando arriverà l'assalto - e influenzare l'opinione pubblica internazionale, che sembra comprendere l'impossibilità per Israele di continuare a sottostare al bombardamento di missili di Hamas. E infatti non c’è una condanna dell’Onu.

Nessuno poi sa cosa stiano facendo le truppe speciali all'interno di Gaza: operano per il ritrovamento del caporale Shalit, il che rappresenterebbe un immenso successo per i due partiti - Kadima e Labour - che debbono affrontare le elezioni generali il 10 febbraio, oppure stanno dando all'aviazione le informazioni topografiche per i suoi micidiali e miratissimi bombardamenti. Sul totale dei morti, più di 300 sono militanti di Hamas fra cui alcuni dei suoi comandanti "storici", mentre la dirigenza politica resta nascosta nei bunker incapace di fare sentire la sua voce.

Il che non significa che Israele abbia rinunciato all'uso delle truppe. Ma potrebbe spiegare, anche grazie alla irresponsabilità di Hamas che continua a lanciare missili, perché il governo abbia respinto la tregua e affidato al ministro degli Esteri Livni, il compito di spiegare a Parigi se e perché autorizzerà l'entrata dei suoi carri a Gaza. Sempre che si sia previsto come uscirne.