La corsa dei leader a fare annunci. E poi a smentirsi

Cominciò Prodi il 28 febbraio: "Qui ci giochiamo la credibilità". Poi richieste di referendum, libri bianchi e nuove leggi

Milano - L’aveva detto Romano Prodi chiedendo al Senato la fiducia il 28 febbraio: «Sui costi della politica ci giochiamo la nostra credibilità». Se la sono giocata.
Rileggere, per credere, la tragicomica vicenda del disegno di legge del governo annunciato dal premier in persona il 4 maggio: «Dobbiamo dare il buon esempio». Dopo una settimana, con un’intervista alla Repubblica, il ministro per l’Attuazione del programma Giulio Santagata ne svela i contenuti: «Troppo personale in politica, va tagliato. Ecco il mio piano». Una pagina intera per i dettagli. Capitolo uno: via le comunità montane. Due: tagli alle circoscrizioni. Tre: mannaia sulle società pubbliche. Eccetera. Domanda: cos’altro avete in mente? «Tante cose».

A sentirli, la «casta» sembra avere le ore contate. Il 20 maggio l’Unità intervista il sindaco di Firenze Leonardo Domenici: «Via il 25% dei seggi nei Comuni». Il 22 maggio il ministro Vannino Chiti dichiara alla Repubblica: «Serve una risposta forte, anzi più di una». Il 18 maggio scende in campo il leader ds Piero Fassino: «È un problema vero e urgente. Mi auguro si faccia in fretta e il Pd avanzerà proposte». Il 31 maggio tuona il ministro Linda Lanzillotta: «I costi della politica non sono più eticamente accettabili, ridurli è una priorità del governo». L’8 giugno tocca a Walter Veltroni, in corsa per la leadership del Pd: «La macchina politica pesa e costa troppo, è un’enormità inutile. Queste cose vanno superate con nettezza e rapidità».

Nel frattempo il piano Santagata arriva in Consiglio dei ministri. Titolo della Stampa il 5 luglio: «La politica tira la cinghia». Invece il governo rinvia, se ne riparla una settimana dopo. «Risparmieremo ben più dei 500 milioni di euro stimati», prevede il ministro il 12 luglio, dopo l’incontro con gli enti locali. Motivatissimo il governatore laziale Piero Marrazzo: «È un fortissimo input per tutti noi». Commossa la Lanzillotta: «È un grande atto di responsabilità collettiva». Il testo viene approvato l’indomani dal Consiglio dei ministri. È passato solo un giorno, ma i risparmi previsti da Santagata sono lievitati miracolosamente: «Risparmieremo intorno a 1,3 miliardi di euro».
Purtroppo, del piano del governo si perdono le tracce tra Palazzo Chigi e Montecitorio. Altro che «nettezza e rapidità». A settembre, Santagata cambia strada e prova a salire sul treno della manovra di bilancio: «Penso che la strada della Finanziaria per una parte del disegno di legge sia la più veloce e la più sicura».

La palla passa allora a Tommaso Padoa-Schioppa. Altro ministro, altri numeri: «La Finanziaria ridurrà la spesa legata alla politica di un miliardo di euro». Ma il presidente del Senato Franco Marini non s’accontenta: «Necessarie altre misure». Peccato che nel frattempo proprio i senatori non rinuncino agli aumenti automatici degli stipendi.

Tanto i proclami non costano nulla. Ministri, leader di partito, governatori e sindaci, fino ai semplici peones: nessuno rinuncia a dire la sua, a promettere tagli, a prendere impegni solenni. Digitando la chiave di ricerca «costi politica», l’archivio Ansa sforna solo 63 risultati dal 1985 alla fine dell’anno scorso e ben 600 solo negli ultimi otto mesi. Si propongono commissioni d’inchiesta (La Malfa), referendum (Di Pietro), libri bianchi (Santagata), ordini del giorno (Calderoli), proposte di legge (un po’ tutti, compresa la strana coppia Fini-Di Pietro).
Parole al vento. Meglio, allora, Massimo D’Alema. Per lui «i costi della politica sono un’invenzione di giornalisti sfaccendati».