La corsa immobile verso la libertà

Quando l’inerzia diventa filosofia di vita. Dalla cultura hindu all’antica Cina, dall’Oblomov di Goncarov a Bertrand Russell

Tempo di «vacanza». E dunque di «mancanza»? Se diciamo «vacanze» pensiamo a spiagge assolate o a cattedre vacanti? A laghetti alpini o a consigli d’amministrazione da rifare? La vacanza è una strana cosa: contiene ciò che le manca. Però per i latini il verbo vacare aveva un significato nettamente positivo: voleva dire «essere libero». Infatti quando siamo in vacanza al mare o in montagna, raramente ci capita di arrovellarci sui guai della scuola pubblica o sulle aziende in ristrutturazione. Perlopiù ce ne freghiamo. Ne siamo «liberi».
Quando le «peschiamo» dal grande mare del discorso ininterrotto che ci circonda e nel quale ognuno di noi (chi più, chi meno) versa il contributo di qualche goccia, ci accorgiamo che le parole spesso non vanno d’accordo con le cose di cui dovrebbero essere testimonianza. Perché la parola si muove, mentre il concetto (che è la carta d’identità della cosa) sta fermo. Meglio: si muove anch’esso, ma molto, molto lentamente. Avrà anche ragione Flaubert a scrivere, in Madame Bovary, che la parola è «un laminatoio destinato ad affinare i sentimenti». Ma occhio a maneggiarlo con cura, questo laminatoio: altrimenti rischiamo di tagliare il senso autentico di ciò che diciamo, e dunque di ciò che siamo.
Da questo punto di vista, «inerzia» è, come «vacanza» (alla quale la lega una certa affinità...), un’arma a doppio taglio semantico. Lo mostrano ottimamente i saggi raccolti nel volume Le virtù dell’inerzia, curato da Antonio Sparzani e Giuliano Boccali (Bollati Boringhieri, pagg. 342, euro 36), dove i contributi di tredici studiosi in vari campi vengono inframmezzati da testi esemplari, partendo dal canto III dell’«Inferno» dantesco, quello di «coloro/ che visser sanza ’nfamia e sanza lodo», per arrivare all’Einstein della relatività. Il titolo evidenzia la scelta: dell’inerzia si mostreranno le virtù, non i vizi (ozio, accidia...), né i difetti (superficialità, egoismo...).
Fra gli autori antologizzati non compare Carlo Michelstaedter, ricordato da Claudio Magris a proposito della «letteratura del disagio». Peccato, il goriziano avrebbe fatto buona compagnia a Jacopone da Todi, del quale è riportata la lauda 59, L’anema ch’è vizïosa, dove leggiamo: «L’Accidia una fredura/ ci areca senza mesura,/ posta ’n estrema pagura/ co la mente alïenata». Se in Jacopone l’accidia-inerzia è resa con le metafore del freddo e della paura che, si badi, agiscono sulla vittima immobilizzandola, cioè rendendola, appunto, inerte, il filosofo, in La persuasione e la rettorica (tesi di laurea mai discussa causa suicidio dell’autore a 23 anni), usa l’immagine del peso: «– Non portate la croce, ma siete tutti crocefissi al legno della vostra sufficienza, che v’è data, che più v’insistete e più sanguinate: vi fa comodo dire che portate la croce come un sacro dovere, mentre pesate col peso inerte delle vostre necessità. – Abbiate il coraggio di non ammetterle quelle necessità, di sollevarvi per voi stessi...». L’inerte sta lì fermo, dice Michelstaedter, perché non ha (non si dà) la forza di opporsi alla gravità, cioè al proprio peso. Non solo. Se non avesse la terra sotto i piedi, sprofonderebbe ancora più in basso, annullandosi.
Quella di cui parlano Jacopone e Michelstaedter è l’inerzia «passiva», in cui l’uomo cade quando non reagisce al mondo circostante. Poi, naturalmente, c’è l’inerzia «attiva», «volontaria». A questa Bertrand Russell e Paul Laforgue attribuiscono una valenza politica, oltre che pratica, mentre, al contrario, Niccolò Machiavelli e Pietro Verri la additano come grave malattia della società. È l’inerzia di chi si ritrae, si isola dall’umano consesso, l’inerzia esistenziale dell’Oblomov di Goncarov, indeciso a tutto, impossibilitato a ogni scelta, dall’infilarsi le scarpe a sposare la donna che ama. L’inerzia che il mangiatore d’oppio di de Quincey non chiama inerzia, bensì «calma alcionia»: «su tutto regnava una tranquillità, non frutto d’inerzia, ma risultato d’un equilibrio di forze contrarie ed eguali; infinita energia, infinito riposo». Eccola, la virtù dell’inerzia: «equilibrio di forze contrarie ed eguali», sapiente mix di energia e riposo. Altro che poltronaggine e fancazzismo: per essere inerti a puntino, ci vuole un impegno mentale mica da ridere. Tuttavia, conviene lasciare l’Occidente e trasferirsi in India, in Cina e nel mondo islamico.
Abhinavagupta (XI secolo) non ha dubbi: «Sofferenza è, semplicemente e unicamente, l’assenza di quiete». Nella cultura hindu il fine ultimo dell’uomo è l’interruzione del ciclo delle rinascite, per raggiungere lo stato di moksha, «liberazione». Due i concetti chiave cinesi: wuwei, «senza agire», e soprattutto ziran, «naturale spontaneità». L’inerzia, nelle epoche pre-imperiali (l’impero sorse nel 221 a.C.) non è statica, al contrario, il saggio asseconda lo svolgersi degli eventi. Nello Zhuangzi si dice: «L’acqua che non viene contaminata è, per sua natura, limpida; se nessuno la smuove ha una superficie liscia, ma se viene ostacolata e le si impedisce di scorrere allora perde la sua limpidezza. È l’immagine della Potenza del Cielo. Ecco perché dico: rimani puro e non farti coinvolgere, rimani in pace e in unità con il dao (il principio eterno e insondabile che governa l’universo, ndr) senza cambiare mai, rimani tranquillo e inattivo, muoviti sempre in sintonia con il Cielo. Questa è la Via per nutrire lo spirito». Gli islamici, poi, tengono ben saldo il principio del qada’ wa’l-qadar, ovvero «decreto e predestinazione», anche se in tema di libero arbitrio il Corano non fornisce indicazioni univoche.
Ma la più bella costruzione filosofica che eleva l’inerzia nell’Uno e dall’Uno è senza dubbio quella del neoplatonico Plotino, il quale, riferisce Porfirio, «sembrava vergognarsi di essere in un corpo». Probabilmente aveva capito, molti secoli prima di Heidegger, che esserci è, comunque lo si metta, un problema che neppure l’inerzia riesce a risolvere.