La corsa nei deserti di Checco, genovese col gusto della sfida

Prima il Gobi, il deserto della Mongolia, con i suoi venti impetuosi, poi il Gran Salar di Atacama, in Cile, una distesa assolutamente piatta e infuocata. Può bastare? Niente affatto: a ottobre, ci sarà da affrontare il Sahara - sempre di corsa, sempre con 10 chili di zaino sulle spalle, con tutto dentro, compreso Bimixin e antinfiammatorio - prima di chiudere il cerchio, si fa per dire, con l’Antartide, che sempre deserto è, eccome, ma di ghiaccio. Insomma: Francesco Galanzino, 45 anni, tortonese naturalizzato genovese e imprenditore col gusto della sfida (soprattutto con se stesso), ha accettato la prova e sta per partire per la prima meta, quella giudicata da tutti la più impegnativa. «Mai nessuno - spiega Gino Dellacasa, ex assessore e organizzatore di spedizioni alpinistiche e esplorative nei cinque continenti, nel presentarlo ieri mattina a Palazzo Tursi a nome dell’Aics-Associazione cultura e sport - ha compiuto nell’arco di soli otto mesi la cosiddetta “4 deserti“, cioè il concatenamento delle quattro competizioni di corsa a piedi e in totale autosufficienza nei luoghi più estremi e diversi della Terra».
Ma lui, Francesco detto Checco, fisico asciutto più della sabbia del deserto che calpesta, non improvvisa nulla: si è preparato a dovere, seguendo disciplinatamente i consigli del fisioterapista e preparatore atletico di fiducia, Fulvio Massa (un altro con le ali ai piedi, solo un po’ più piccole di quelle di Galanzino), si è temprato scalando montagne (è istruttore di arrampicata sportiva e si diverte a salire anche le cascate di ghiaccio), poi si è dedicato al «trail running», un qualcosa che significa in sostanza sudore, fatica e lacrime. Anche di gioia. Prima di programmare questa «4 deserti», Checco, tanto per dire, è arrivato primo assoluto alla Neandertal Trail, 56 chilometri di notte in Francia, e sempre fra i primi in Teneré, Marocco e Mauritania. «Le maggiori difficoltà - conferma adesso - le incontrerò proprio in Mongolia, nella zona dove ogni mese cambiano i pali della luce erosi dalle raffiche. Mi aspettano 250 chilometri da percorrere in sei giorni».
Non si porta dietro neanche il materassino per la notte in tenda: alla sera, al campo base, si dovrà procurare un cartone da imballaggio da mettere sotto le ossa spigolose che spuntano dal quel cumulo di nervi e muscoli, e guai a parlare di grasso! La moglie Simona e i figli Giacomo e Giulio sopportano volentieri, anche perché - dice lui, gli crediamo - il ritorno è comunque festoso, pieno di cose da raccontare, tra cui il risvolto ambientalista delle performance. Lo sottolinea, fra gli altri, l’assessore comunale Giorgio Guerello, nell’assicurare l’attenzione e il sostegno del Comune all’impresa che nasce in gran parte a Genova: Francesco sarà testimonial di Greenpeace, e lancerà, simbolicamente dai deserti, un messaggio di allarme contro la desertificazione, «il rischio che sta correndo il pianeta, se non si ridurranno in maniera significativa le emissioni di gas a effetto serra dando vita a una vera e propria rivoluzione energetica basata sullo sviluppo delle fonti rinnovabili». Anche per questo - insistono gli esponenti dell’Associazione sportiva dilettantistica città di Genova, di cui fa parte Francesco - l’avventura non vuole essere e non sarà velleitaria. Servirà, in ogni caso, a far riflettere - dicci niente - sui limiti dell’uomo e sulla tutela dell’ambiente.