La corsa a Palazzo Madama annebbia le idee al Professore

Un esponente dl: Fassino non molla il partito, farà solo il vicepremier come Rutelli. L’incognita Quirinale s’intreccia col destino di D’Alema

Marianna Bartoccelli

da Roma

Da «amici» ad avversari. Andreotti e Marini sembrano costretti ad abbandonare la loro vecchia abitudine di considerarsi espressione di una comune storia «di lunga amicizia democristiana» e si avviano a un duello che rischia di travolgere Prodi e il suo embrione di governo. I due ex-democristiani, mai della stessa corrente, ma spesso vicini (sono note le espressione di solidarietà di Marini al senatore simbolo della Dc, nelle sue vicende giudiziarie), rischiano adesso di diventare la sintesi della difficile situazione in cui si trova la maggioranza al Senato. Tre voti di differenza: Andreotti è diventato il candidato della Cdl, raccoglie consensi negli scontenti di sinistra e tra i senatori a vita, Marini è considerato la cartina di tornasole della tenuta della (fragilissima) maggioranza.
«Accetto di candidarmi» - ha detto ieri il «divo Giulio», che lancia la prima stoccata all’avversario: «Marini è un novizio», lanciando però un’ancora di salvataggio allo stesso Prodi: «Non è detto che debba farlo per cinque anni, anche perché ho un’età che mi porta a programmare più per l’altro mondo che per questo» - dichiara in una intervista a Tg5. Per togliere l’idea che la sua età, 87 anni, possa essere un impedimento, aggiunge: «Sono lieto di questa candidatura, perché faccio questo lavoro e il Senato mi interessa molto e mi affascina». E ribadisce che la sua deve essere «una candidatura che supera un corpo a corpo dannoso per il nostro lavoro». Ed è proprio su questo che punta Franco Marini, che trascorre il weekend nella sua casa in Abruzzo: «A me non interessa chi si candida dall’altra parte, dall’altro schieramento. Anche perché si tratta di una proposta che proviene dalla Casa delle libertà». Ma sul nome del suo avversario non si sbilancia più di tanto e fedele alla sua nomea di «lupo marsicano» sceglie la strada del silenzio. Mentre il suo antagonista continua a dichiarare non soltanto che la sua candidatura è esterna ai due schieramenti, ma che Marini «arriva al Senato soltanto adesso, mentre io ci sto da tempo» e consiglia «un anno di noviziato prima di ambire alla poltrona più alta», quello che potrebbe svolgere lui stesso. Poi si vedrà. E lancia i suoi dubbi sulla candidatura Marini: «Pensavo che la Margherita avrebbe recuperato Nicola Mancino, come presidente di Palazzo Madama ha lavorato bene. Mi meraviglio che non ne abbia parlato nessuno». Un’indicazione alternativa alla sinistra o piuttosto un tentativo di guadagnarsi un voto in più tra i suoi «vecchi amici»? E visto che si gioca su uno o due voti, l’anziano leader democristiano sa come fare a far pendere la bilancia. E malgrado lui continui a ripetere che la sua deve essere una candidatura di dialogo, l’altro duellante ripete che non si tratta di un duello tra ex-amici ma di una partita tra «opposti schieramenti»: «Io sono stato candidato dall’Unione, l’alleanza che governerà il Paese. Considero Andreotti un candidato del centrodestra, ideata dall’opposizione per dividerci». E non può fare a meno di aggiungere: «Sono amico ed estimatore di Andreotti, sono stato il suo ministro al Lavoro».
Era il periodo nel quale Marini, fedele di Donat Cattin, spingeva per il cosiddetto «preambolo», l’intesa che servì a riannodare i fili con i socialisti e a escludere l’alleanza di governo con il Pci. Andreotti non era d’accordo e continuava a coltivare il suo rapporto con il Pci. Oggi la situazione sembra capovolta, non c’è più il Pci, ma i Ds e la coalizione di sinistra vogliono Marini. E a Marini piace ricordare come alle elezioni del 1992, le prime con la preferenza unica, lui fu il democristiano più votato d’Italia davanti al candidato di Andreotti, Vittorio Sbardella. Ma non ricorda quando nel 1991, ministro del Lavoro, venne ricevuto dal premier Andreotti insieme all’allora presidente di Confindustria Sergio Pininfarina, per parlare di politiche del lavoro e riforma delle pensioni. Dall’incontro il più soddisfatto fu proprio Pininfarina, oggi uno dei sette senatori a vita i cui voti sono decisivi per la scelta del presidente al Senato. E proprio Pininfarina non si è pronunciato in alcun modo e molti sostengono che non tradirebbe mai il suo anziano collega al Senato. Antica solidarietà che danneggerebbe «il novizio» Marini.