Corsa al Quirinale: il fattore Ciampi bis è più di un’ipotesi

Paolo Armaroli

Ammoniva quella malalingua di Winston Churchill: «Non fate previsioni, lasciatele fare ai competenti che non ne azzeccano una». Ma Francesco Cossiga può permettersi il lusso di infischiarsene allegramente, perché il presidente emerito della Repubblica è un profondo conoscitore del Diritto costituzionale. E quando discetta sulla sua materia prediletta, sa perfettamente quel che dice. Inoltre, dall’alto del suo osservatorio privilegiato, è particolarmente addentro ai misteri e segreti della Repubblica. Che poi il più delle volte, nella patria di Pulcinella, sono tali per modo di dire. Date queste premesse, non stupisce che nell’intervista di venerdì concessa al Corriere della Sera Cossiga si muova con disinvoltura nel campo minato delle previsioni sul nuovo inquilino del Quirinale. È chiaro che molto dipenderà dal risultato delle elezioni del 9 e 10 aprile. Se dovesse vincere la Casa delle libertà, a suo avviso dovrebbe spuntarla Berlusconi. Ma non è detto. Il diretto interessato, ogni qual volta è stato interpellato al riguardo, ha preferito fare melina. Mentre Fedele Confalonieri, ossia l’uomo più vicino al Cavaliere, ha confidato all’Unità nel novembre scorso che «a Silvio piace lavorare, essere in pista tutti i giorni. Penso che preferisca fare il capo del governo, anche se negli ultimi anni i presidenti della Repubblica come Scalfaro, Cossiga e Ciampi sono stati abbastanza interventisti. Si vedrà...». Come il notaio di Arbore, Marzio Breda conferma. Nel suo bel libro sulla battaglia del Quirinale dimostra per tabulas il dinamismo degli uomini del Colle, in parte giustificato dal fatto che il figurino ritagliato dai padri della Costituzione appare alquanto enigmatico.
Se invece dovesse vincere il centrosinistra, soprattutto se di stretta misura, le cose si complicherebbero maledettamente. Si registrerebbe una lotta di tutti contro tutti e alla fine rimarrebbe un cumulo di macerie. Difatti lo scrutinio segreto, da tempo garantito da apposite cabine elettorali, scatenerebbe i franchi tiratori. E ci sarebbe un tiro al piccione nei confronti dei candidati più accreditati. Secondo Cossiga, non ce la farebbe né Giuliano Amato perché paradossalmente più gradito a dritta che a manca; né Massimo D’Alema che ha il vantaggio di essere molto amato e lo svantaggio di essere molto odiato; né, non foss’altro che per ritorsione, Franco Marini, uomo forte della Margherita, pur potendosi presumibilmente giovare della pedana di lancio della presidenza del Senato. Insomma, avremmo un gioco al massacro.
Ma allora, che fare? Cossiga suggerisce ai due poli di convergere fin dal primo scrutinio, come accadde il 13 maggio 1999, sul nome di Ciampi. Una garanzia per tutti. Definito defibrillatore costituzionale da Breda e pedagogo delle istituzioni da Massimo Giannini, che gli ha dedicato un libro. Tuttavia non sapremmo dire quanto questo autorevole suggerimento possa essere preso seriamente in considerazione. Difatti è probabile che il centrosinistra le tenterà tutte per piazzare un proprio esponente sul Colle. E solo dopo una lunga serie di fumate nere potrebbe convenire con il centrodestra che la cosa migliore sarebbe la riconferma di Ciampi. Cossiga poi finisce in bellezza. Conclude che a ogni buon conto la prossima legislatura durerà poco. E se lo dice lui, che ne sa una più del diavolo, possiamo crederci.
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