La corsa al titolo di Venerato Maestro

Caro dott. Granzotto, ho avuto modo di seguire la puntata di Annozero. Si è partiti da un canovaccio basato sul ricordo di Enzo Biagi, per sparare l’ennesima mitragliata contro Berlusconi. Trovo disgustoso sfruttare la morte di un personaggio noto per fini partitici. Ma si sa, a sinistra si venderebbero pure la mamma pur di arrivare al fine. Difatti bastava ascoltare le interviste di Sandro Ruotolo il baffone/amico di Santoro, inviato al paesello del defunto per seguirne i funerali. Non c’era domanda che non rimandasse la memoria al presunto veto berlusconiano. C'era anche la sudtirolese Dietlinde «Lilli» Gruber nel salotto santoriano. La quale ha ricordato a tutti che lei ha lasciato il mestiere di giornalista televisiva - con relativa posa «a tre quarti» - perché non ne poteva più della mancanza di libertà in Rai. Cosicché la poverina s'è dovuta inventare il mestiere - remuneratissimo mi permetto di aggiungere io - di europarlamentare. Inoltre la sedicente bistrattata Gruber, ha anche sottolineato che il cosiddetto editto bulgaro ai danni di Biagi ci fu, eccome. «Basta leggere quello che in questi giorni hanno scritto tutti i quotidiani, perfino quelli stranieri». Probabilmente a tutti coloro che in questi giorni hanno «vegliato» a fini speculativi la salma di Biagi, non sarebbe piaciuto riascoltare il commento di Berlusconi di allora. Quello in cui definì ingiusto sfruttare il mezzo televisivo pubblico in maniera così indecente. Cosa ben diversa dal dire che Biagi in Tv non ci deve più andare.


Alla perversione tutta italiana di speculare sui cadaveri avremmo dovuto farci il callo, caro Antonielli, eppure il tono degli epicedi e lo spettacolo inscenato alla scomparsa di Enzo Biagi mi ha provocato, per dirla papale papale, il voltastomaco. Intonare «Bella ciao» al momento della tumulazione! Ma si può? E allora perché no «La Bella Gigogin»? E sua eminenza Tonini? Va bene l’amicizia senile, va bene tutto, ma il sostenere, riferendosi a Biagi e ovviamente al sedicente editto bulgaro, «lo hanno ucciso» è affermazione avventata, anzi, temeraria. E se non fosse stata ovattata dalla porpora cardinalizia, chissà... Isteria demagogica e ipocrita, ecco quello che è scattato in seno alla società civile progressista, al ceto medio irriflessivo e alla casta mediatica allorché Biagi trapassò. Sembrava non aspettassero altro per poter dar sfogo all’antiberlusconismo urlato, derviscio, messo un po' in disparte negli ultimi tempi per esaurimento degli argomenti e delle occasioni.
Con precisione chirurgica Filippo Facci ha già smascherato, su queste pagine, la panzana di un Biagi vittima, come spudoratamente ha sostenuto Romano Prodi, di un «attentato ad una delle libertà fondamentali». Che sarebbe, la libertà fondamentale, il diritto di comparire in tivvù nei modi e nei tempi preferiti sol perché ci si chiama Enzo Biagi da Pianaccio. Che è pur sempre un nome da togliersi il cappello, il nome di un Venerato Maestro, di una «grande voce di libertà» come ebbe a dire - senza però dir niente, pura e vuota retorica - Giorgio Napolitano. Ma anche per un giornalista - ripeto: giornalista, nient’altro che giornalista - di tal fatta vale la considerazione di Stendhal: «Le comble du ridicule est de s’aviser de mériter une place pour l’obtenir». Che tradotto, suona così: il colmo del ridicolo è che basti credere di meritare un posto per ottenerlo. L’unico vantaggio di esser compreso nella categoria dei venerati maestri è che si può scontare il ridicolo, come lo scontò Biagi, con una buonuscita di un milione e mezzo di euri, tre miliardi di lire.