Corsari genovesi in Venezuela e bergamaschi vestiti da indiani

Navi, esplorazioni, naufragi, corse selvagge per scoprire i limiti del mondo. E guerre. Tra Sette e Ottocento la «gara», iniziata nel Quattrocento, per raggiungere i luoghi più remoti dell’orbe terracqueo e conquistarli era giunta alla sua acme.
In questo pericoloso gioco fatto di mappe, vele e rapporti con i nativi, il ruolo degli italiani è a lungo rimasto in ombra. Infatti, essendo il nostro Stivalone diventato uno stato unitario con gran ritardo, i viaggiatori italici hanno dovuto agire per conto terzi, oppure in solitaria e con carenza di mezzi (ma soprattutto di retorica).
Alla loro riscoperta contribuisce il libro di Luigi Grassia Sioux, Cowboy e Corsari. L’America degli «altri» italiani (pagg. 230, euro 18), appena uscito per Cda&Vivalda. Nelle sue pagine rinverdisce le avventure di Costantino Beltrami (il bergamasco che navigò, cavalcò e camminò per scoprire le sorgenti del Mississippi), di Giuseppe Bavastro (genovese, cugino di Massena e pirata napoleonico che solcò feroce il mediterraneo per poi trasferirsi nelle acque sudamericane sotto la bandiera di Bolívar), e di Angelo Siringo (il più siciliano di tutti i cowboy che attraversarono le distese del West).
Tre storie che vale la pena di leggere. Soprattutto quella di Beltrami. Perché gli scritti dell’esploratore, che dopo una delle più fortunose traversate verso l’America giunse alle origini del «grande fiume» vestito di pelli e con un parapioggia rosso, hanno fornito materiali a cui hanno attinto, probabilmente, scrittori come Fenimore Cooper e Chateaubriand.
Ma anche le avventure marinare di Bavastro, le sue furibonde battaglie nelle acque venezuelane al comando della «Bellona» (riuscì a distruggere la fortezza di Cumanà attaccandola dal mare), sono interessantissime. Aiutano a capire che se a lungo la storia ha fatto a meno dell’Italia (come nazione) non ha però fatto a meno degli italiani.