Il Corsera assolve Fassino e attacca il Giornale

Piero Fassino ha detto che Paolo Mieli fa politica e si è doluto che anziché dirigere un giornale non diriga un partito, ma non c’è tanto da illudersi che la generazione di Mieli possa guarire da quella che non è tanto una malattia della politica quanto un’autentica ossessione del potere, una forma mentis che non ha neanche più importanza se attribuire ai fumi del Sessantotto: è una propensione che si esercita da dove capita e che prospetta nel Corriere ben più d’un ministero giacché lo considera, in primo luogo, un centro di smistamento dal quale sospingere e silenziare e all’occorrenza «destrutturare» come Fassino pensa che da via Solferino vogliano fare coi Ds. In parte è normale, in parte no. Il concerto dei giornali pro Mani pulite, diretto a suo tempo da Mieli, diceva già tutto. Altro discorso riguarda il merito giornalistico di Mieli, il suo modo di fare i giornali, il terzismo, le ricette in cui mescolare alto e basso nonché opinioni assai controverse: trattasi tutt’altro binario e su di esso giudicheranno i posteri, cui altro non rimarrà. Rimarrà il mezzo, non il fine. Rimarrà il giornale. Del potere e delle sue malattie non rimarrà nulla e nulla importerà ai posteri. Anche perché, detto con simpatia, di certe velleità di potere importa relativamente persino a noi, che pure corriamo come criceti nella ruota della politica: solo un po’ meno di Mieli. Auguri di buon giornale, e faccia più vacanze.