La Corte di Cassazione scrive l’epitaffio degli studi di settore

La Cassazione scrive l’epitaffio degli studi di settore, da anni vero e proprio spauracchio per i contribuenti che hanno ha un’attività in proprio. Le tabelle usate dal fisco dall’agosto 1993 a oggi per inoltrare le cartelle di accertamento in caso di dichiarazioni al di sotto del reddito minimo stabilito sono solo, ad avviso delle Corte suprema, «un’elaborazione statistica, il cui frutto è una ipotesi probabilistica che, per quanto seriamente approssimata, può solo costituire una presunzione semplice».
Con la sentenza 26635, sono d’ora in poi da considerarsi nulli gli accertamenti fiscali che si poggiano solo sulle indicazioni provenienti dagli studi di settore anche se questi sono frutto della diretta collaborazione con i settori interessati. Anche nelle cause con il fisco la prova si forma in dibattimento e il contribuente «ha la più ampia facoltà di prova» per contestare «l’applicabilità degli standard al caso concreto».
Il verdetto della Corte di cassazione respinge il ricorso con il quale l’Agenzia delle entrate sosteneva che gli studi del settore «parrucchiere da uomo» fossero applicabili - tout court - anche nel caso del gestore di un piccolo salone dell’entroterra lucano che già da anni aveva ammortizzato i costi riferiti a minime quantità di beni e servizi, acquistati in tempi remoti, e ormai obsoleti.
L’Agenzia delle entrate ricorda tuttavia che già da due anni i controlli non erano più automatici. «La motivazione deve dare conto, in modo esplicito - spiega il direttore centrale Luigi Magistro - delle valutazioni che, a seguito del contraddittorio con il contribuente, hanno condotto l’ufficio a ritenere fondatamente attribuibili i maggiori ricavi o compensi determinati anche tenendo conto degli indicatori di normalità». Non solo: «Gli uffici devono anche valutare la situazione complessiva del contribuente».
Soddisfatte comunque le categorie interessate. «È una bella vittoria per la nostra categoria e per gli imprenditori tutti - dice il presidente della Confcommercio di Roma, Cesare Pambianchi -. Già da tempo come Confcommercio Roma e Lazio chiedevamo e chiediamo un congelamento degli studi di settore, almeno per un biennio, perché parlare adesso di un simile strumento di accertamento fiscale è pura alchimia. Si corre il rischio di creare un contrasto fra gli imprenditori e lo Stato per problematiche riferibili ancora una volta al sistema tributario». Secondo Andrea Trevisan, responsabile del settore tributario della Confartigianato, la sentenza contribuisce «a svelenire il clima in materia di studi di settore e pone nella giusta centralità il contraddittorio. Ci deve essere un momento di dialogo vero tra l’Agenzia delle entrate e il contribuente». Per i consulenti del lavoro, la Corte suprema «conferma l’orientamento ormai prevalente in materia di accertamento da studi di settore: presunzioni semplici, che quindi debbono essere suffragate da ulteriori elementi gravi, precisi e concordanti».