La Corte costituzionale prepara lo stop: niente carcere per il traffico di droga

Per ostacolare la linea dura del governo contro la criminalità, la Corte
costituzionale è pronta a bocciare la detenzione obbligatoria per gli
indagati di spaccio di stupefacenti. Una nuova batosta per il pacchetto-sicurezza

Roma - La Consulta prepara una nuova batosta per il pacchetto-sicurezza. Riguarda, per la terza volta, la previsione del carcere obbligatorio per gli accusati di reati di grave allarme sociale. Questa volta, nel mirino c’è l’associazione per traffico di droga.
Del ricorso i giudici costituzionali hanno già iniziato a discutere, ma la decisione è rinviata a una delle camere di consiglio dei primi di giugno, dopo l’elezione il 7 del nuovo presidente che succederà a Ugo De Siervo. La strada, però, sembra tracciata. Sarà un’altra bocciatura delle misure volute nel 2009 dal governo Berlusconi per usare il pugno di ferro in materia di sicurezza, in risposta alle esigenze di tutela della collettività.

«Come le ciliegie: una tira l’altra», commenta un giudice costituzionale per spiegare come si sta smantellando l’intero pacchetto. I ricorsi sono arrivati a grappolo dai vari tribunali d’Italia e l’Alta Corte per ora ha dato soddisfazione a tutti. Oltre alle dichiarazioni di illegittimità sull’aggravante di immigrazione clandestina a luglio 2010 e sull’ampliamento dei poteri ai sindaci ai primi di aprile, ci sono state due sentenze che riguardano appunto l’automatismo della detenzione per gli accusati, «con gravi indizi di colpevolezza», di alcuni reati.

L’anno scorso la mannaia della Corte costituzionale è caduta su quelli di violenza sessuale e prostituzione minorile, giovedì è stata depositata la pronuncia sull’omicidio volontario ed ora si deciderà sul ricorso che riguarda, appunto, il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope.
«Pesano tre cose - sostiene la fonte interna alla Consulta -. La prima è la motivazione politica che muove contro i provvedimenti del governo. La seconda è la volontà dei giudici di non subire alcun automatismo e di mantenere intatta la loro sfera di discrezionalità. Infine, l’interesse corporativo degli avvocati, che potranno trattare caso per caso con il giudice per ottenere questa o quell’altra misura alternativa».
Non per nulla ieri, tra tante voci polemiche, si è alzata quella dell’Unione delle camere penali che ha definito «sacrosanta» la sentenza di giovedì.

Il relatore della causa sul reato di omicidio, come di quella sui reati sessuali è lo stesso, Giuseppe Frigo, ex presidente dei penalisti. E sempre lui scriverà anche la sentenza sui trafficanti di droga. Il carcere obbligatorio per gli accusati, ha spiegato nell’ultimo testo depositato, può essere giustificato solo in caso di mafiosi, perché in quel caso è fondamentale troncare i loro rapporti con l’associazione criminale di cui fanno parte. Questa è la linea, dal 1995, anche secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo.

Che in questo caso si tratti di accusati di associazione per delinquere e che quindi dovrebbe pesare l’analogia con Cosa nostra, è la tesi sostenuta dall’Avvocatura dello Stato che difende la legge. «Nella prima sentenza sui reati sessuali - spiega uno degli avvocati che seguono la questione -, la Corte costituzionale ha lasciato un margine aperto che riguarda appunto i reati associativi. Oltretutto, si sa che spesso sono proprio le organizzazioni mafiose a gestire il traffico di droga».

Eppure, nel primo scambio di idee tra i giudici costituzionali pochi giorni fa, è subito emerso un blocco monolitico che inscrive questo ricorso nello stesso ordine dei due che l’hanno preceduto. E chi ha cercato di fare dei distinguo è stato messo in minoranza. Poi, la decisione finale è stata rinviata per una pausa di riflessione. Ma se le cose stanno così, la dichiarazione di illegittimità costituzionale è assicurata.

Per quasi un mese nel Palazzo della Consulta non ci saranno udienze, perché una delegazione parte per la Romania. E poi, ci sarà da sciogliere il nodo del nuovo numero uno della Consulta. Che potrebbe debuttare proprio con questa sentenza.