Corte dei conti Austoni condannato a pagare 316mila euro alla Asl

C’è una parola che più delle altre inquadra la storia. «Spregevole». Basterebbe questo macigno. Ma è solo un tassello dell’intero mosaico. Quello con cui la Corte dei conti ha condannato Edoardo Austoni, ex primario di urologia e andrologia dell’ospedale San Giuseppe, al risarcimento di 316mila euro per danno di immagine alla Asl e alla Regione.
Per la Sezione giurisdizionale della Corte, dunque, sono «spregevoli i fatti verificati», ma c’è dell’altro. Come «l’intrinseca gravità e la notevole reiterazione nel tempo degli episodi concussivi», la «rilevante entità delle somme in nero imposte ai numerosi pazienti (da mille a 4mila euro a intervento)», la «qualifica non minimale rivestita dall’interessato, ordinario universitario e direttore dell’unità operativa di urologia di ospedale» e la «piena coscienza da parte» di Austoni «della valenza di illecito dell’indebita percezione». È l’ultima tegola che cade sulla testa dell’ex primario, già condannato in primo grado a 6 anni e mezzo di reclusione per aver chiesto denaro ai pazienti - 39 i casi contestati - in cambio di liste d’attesa più rapide per interventi in regime di Servizio sanitario nazionale. Ed è l’esito conclusivo di un’indagine nata nel novembre del 2006, quando Austoni venne gravemente ferito da alcuni colpi di pistola sotto la clinica di via Dezza.

La stessa inchiesta, grazie al lavoro della Procura e del Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza, ha poi scoperchiato un vero e proprio «mercato» della disperazione. Con pazienti invitati a pagare per ottenere una scorciatoia e affidarsi alle mani costose del «luminare». Lui che, peraltro, era un «soggetto ben remunerato». Un barone che - scrivono ancora i giudici - «approfittò dello stato di bisogno vitale dei suoi pazienti e della loro prostrazione psicologica». Ora la Corte ripercorre una «vicenda tanto lineare quanto grave», caratterizzata da «reiterate condotte illecite», in cui la «censurabile metodologia seguita da Austoni» ha «gravemente danneggiato l’immagine della pubblica amministrazione sanitaria». Tanto più che l’ex primario era un «autorevole dipendente di una struttura pubblica la cui immagine esterna dovrebbe apparire particolarmente cristallina». Al contrario, la condotta di Austoni è stata «devastante per l’immagine» del sistema sanitario, così «enormemente discreditato». Una sentenza lapidaria. Trasmessa dalla Corte all’Università di Milano e all’ordine dei Medici «per l’attivazione dei rispettivi procedimenti».