La Corte dei conti nega i risarcimenti per Ustica

I giudici assolvono i militari dal pagamento di 27 miliardi di lire spesi per il recupero del Dc9

Gian Marco Chiocci

da Roma

Nessun risarcimento, niente di niente. Nei motivi d’appello del processo contabile sull’indennizzo per i familiari delle vittime di Ustica, la Corte dei conti conferma la sentenza di primo grado e respinge la richiesta di una liquidazione del danno di 27 miliardi vecchie lire. In sostanza i giudici hanno «assolto» trentacinque imputati dell’aeronautica militare (compresi i generali già scagionati in sede penale) che a vario titolo erano stati sfiorati dalle indagini sulla scomparsa del Dc9 Itavia, e attraverso cui ci si voleva rifare dei soldi spesi per il recupero della carlinga nella zona che collega l’isola di Ponza alla Sicilia. La procura aveva ritenuto di chiamare a rispondere in solido tutti coloro che erano stati rinviati a giudizio in sede penale, quelli per cui era stato dichiarato il non doversi a procedere per prescrizione, e persino gli assolti «data l’autonomia del giudizio contabile rispetto a quello penale».
Le richieste miliardarie del pubblico ministero della Corte dei conti del Lazio, Luigi Speranza, si fondavano sul seguente ragionamento: se gli esponenti dell’Arma azzurra avessero fornito le giuste indicazioni su quanto accaduto nei cieli di Ustica la sera del 27 giugno 1980, gli inquirenti non avrebbero avuto bisogno di fare recuperare tutti i pezzi del velivolo disseminati sul fondo del Tirreno. Ergo, non avrebbero speso tanti quattrini del contribuente. «Se non vi fossero stati depistaggi e le reticenze contestate in sede penale - ha precisato Speranza - sarebbe stato sufficiente recuperare le salme delle vittime e limitare allo stretto necessario le ricerche per recuperare unicamente la scatola nera».
Di diverso avviso, ovviamente, i difensori degli indagati, specie di coloro che avevano già ottenuto l’assoluzione nel processo penale laddove era già emerso che all’epoca della strage il «manuale internazionale per le investigazioni di volo» dell’Icao (organizzazione relativa all’aviazione civile) prevedeva il recupero di tutti i pezzi, e non solo di una parte di essi. E comunque sia, chiosano i legali, le spese per il recupero del Dc9 rientravano assolutamente tra quelle di «natura giudiziaria».
Oltre ai generali Corrado Melillo, Lamberto Bartolucci, Franco Ferri e Zeno Tascio, imputati (e assolti) nel processo penale che il prossimo 11 gennaio vedrà in scena l’ultimo grado di giudizio, fra le divise citate in giudizio dalle toghe contabili vi era anche il militare di leva Mario Di Giovanni, oggi operaio a Termini Imerese, all’epoca approdato ad appena 19 anni al centro radar di Marsala dopo esser passato per il corso di avviamento reclute di Taranto. Durante l’istruttoria del giudice Rosario Priore, il presunto (baby) depistatore avrebbe omesso di dire quanto sapeva sull’identificazione delle tracce radar in coincidenza temporale con la caduta dell’aereo civile. Per questo era stato indagato per falsa testimonianza aggravata, favoreggiamento, occultamento di documentazione potenzialmente utile alle indagini. Inutile dire che nel corso del tempo la sua posizione è stata ovviamente archiviata al pari di quella di tutti coloro che erano finiti sott’inchiesta perché non ricordavano esattamente quanto accaduto anni prima o perché le loro testimonianze, essendo difformi dalle convinzioni degli inquirenti, divenivano automaticamente sospette, false, depistanti.
Nessun commento arriva dagli addetti ai lavori. L’ultimo a parlare di Ustica, del flop processuale, della gogna mediatico-giudiziaria riservata a quattro generali dell’aeronautica, è stato l’ex capo di stato maggiore, Leonardo Tricarico. Un mese fa, lasciando l’incarico, ha tirato fuori la voce: «Avrei voluto alzare il calice e brindare con tutti coloro che hanno sofferto e con tutta l'Aeronautica la conclusione della vicenda, ma dobbiamo ancora attendere la pronuncia, definitiva, della Suprema Corte che confermi senza ombra alcuna la cristallina valutazione di merito espressa dalla Corte d’Assise d’Appello. Solo allora la ferita che lentamente si è rimarginata sarà definitivamente guarita».
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