La Corte dei Conti prende tempo e la Gdf resta con due comandanti

I magistrati contabili: la nomia di D'Arrigo è ancora sotto esame per i controlli di legittimità

Roma - Tutto legittimo, tutto secondo consolidata «prassi amministrativa». Nell’aula del Senato Tommaso Padoa-Schioppa non difende solo nel merito la sostituzione di Roberto Speciale con Cosimo D’Arrigo al vertice della Guardia di finanza, ma ne riafferma anche la correttezza formale.
La scelta del Consiglio dei ministri di venerdì scorso, dice il ministro dell’Economia, è stata quella di un «unico contesto» per disporre la «sostituzione» del vecchio numero uno delle Fiamme gialle con il nuovo. Ed è una scelta che, afferma, poggia su anni di giurisprudenza.
Insomma, non ci sarebbero due comandanti della Guardia di finanza in questo momento e non ci sarebbero problemi per il decreto approvato dal governo per l’«avvicendamento», come invece denunciano soprattutto Lega e Forza Italia sostenendo che la rinuncia di Speciale a entrare alla Corte dei conti rende necessaria una sua revoca formale per consentire al successore di prendere possesso della poltrona. La Cdl chiede anche, inutilmente, il rinvio del dibattito in Senato, sostenendo che non ci sarebbe certezza sulla documentazione, visto che il documento non è stato pubblicato dalla Gazzetta ufficiale.
Ma per il ministro dell’Economia non c’è «nessun dubbio né perplessità» sulla legittimità del provvedimento che lui stesso ha proposto al Consiglio dei ministri, che poi l’ha approvato. «La nomina di un nuovo comandante della Guardia di finanza - dice Padoa-Schioppa - e la contestuale revoca di quello in carica, sono espressione di un potere del tutto legittimo in mano del governo».
Padoa-Schioppa sostiene, in sostanza, che la revoca di Speciale sarebbe implicita nella sua sostituzione con D’Arrigo. Eppure, qualcuno dice che si è anche discusso della necessità di convocare un Consiglio dei ministri apposta per varare un nuovo provvedimento per la revoca e relativa motivazione di Speciale dal suo incarico. In mancanza di Romano Prodi, che è all’estero, avrebbe dovuto presiederlo il vicepremier Francesco Rutelli. Ma il leader della Margherita, che è sempre stato freddo sulla difesa del viceministro Visco, avrebbe sollevato problemi.
Comunque, anche dopo l’intervento di Padoa Schioppa il capogruppo della Lega Roberto Calderoli insiste in aula nel chiedere il testo di questo decreto che ancora nessuno ha visto. Per lui, nel documento firmato dal presidente della Repubblica «mancano sia le motivazione che l’atto di revoca e quindi Speciale è sempre comandante della Gdf». Calderoli spiega ai giornalisti: «Il decreto non è stato secretato e quindi devono darcelo per avere contezza di quello che accaduto, anche perché una non risposta in questo caso sarebbe una risposta».
Il capogruppo del Carroccio solleva anche il dubbio che ci sia qualche manovra politica della maggioranza sulla magistratura contabile per risolvere il problema creato dal testo, informando di un incontro tra il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera Luciano Violante e Luigi Massi, caposegreteria del presidente della Corte dei conti. Incontro che il parlamentare ds conferma di aver avuto anche con lo stesso presidente della Corte Tullio Lazzaro (nella foto), ma precisando che era programmato da tempo e che riguardava tutt’altro e cioè un’indagine sui costi della politica.
Rimane il fatto che il decreto è ancora sotto esame alla Corte dei conti e la nomina di D’Arrigo a nuovo comandante generale della Guardia di finanza al posto del generale Speciale, non è stata finora registrata. Il Dpr, spiegano alla Corte, è ancora «in fase di istruttoria» da parte dell’ufficio che deve svolgere un controllo preventivo di legittimità e ci sono 60 giorni di tempo per verificare se sia in contrasto con qualche norma di legge e se siano state rispettate le regole del diritto amministrativo.
Il capogruppo di Fi Renato Schifani chiede chiarezza da parte della Corte dei conti e preannuncia la richiesta di un altro voto, quando si conosceranno gli estremi del decreto. «È grave - dice - che l’opposizione non possa avere accesso agli atti del governo».
Anna Finocchiaro, capogruppo dell’Ulivo al Senato, ribalta l’accusa: «I magistrati della Corte dei conti si comporteranno in ossequio rigoroso della legge e credo che le pressioni della Cdl per radicare sulla stessa una parte di questa vicenda siano gravi. Qualunque decisione prenderà la Corte non scalfirà il rispetto della decisione politica del governo».