La Corte dei conti protesta però firma: Speciale licenziato

I giudici contabili registrano l’incarico al neocomandante ma avvisano il governo: in futuro atti più chiari. Di Pietro: una cicatrice

Roma - Poche righe formali della Corte dei conti chiudono una vicenda kafkiana: «Il decreto di nomina del generale Cosimo D’Arrigo a comandante generale della Guardia di finanza in sostituzione del generale Roberto Speciale è stato ammesso al visto e alla registrazione». Ma, clamorosamente, si aggiunge un monito al governo in cui in pratica si dice: per questa volta approviamo l’atto ma non era approvabile. E per il futuro le cose devono esser fatte a dovere.
La nota ufficiale afferma che «a seguito dei chiarimenti e documenti richiesti al competente Ufficio e forniti dall’amministrazione la Corte ha ritenuto legittimo il provvedimento sottoposto al controllo». Però, secondo le indiscrezioni, aggiunge che i prossimi provvedimenti di alta amministrazione, come questo, devono essere diversamente formulati e motivati. Soprattutto, i magistrati contabili ribadiscono che revoca e nomina dovevano essere contemporanee ed esplicitate. Insomma, c’è una forzatura nelle argomentazioni del ministero dell’Economia, quando dice che l’atto è legittimo, che la revoca di Speciale è automatica, «implicita» nella sostituzione con D’Arrigo.
Perché, allora, la Corte dà il visto? Quali pressioni politiche hanno pesato su questa vicenda? La risposta inviata martedì dal ministero dell’Economia ai rilievi sollevati il giorno prima dalla magistratura contabile, doveva essere convincente per decidere il consigliere incaricato dall’Ufficio controllo preventivo di legittimità, Claudio Iafolla a non passare il fascicolo all’organismo collegiale e a chiudere l’istruttoria a tempo di record. Così, però, non sembra se questo è il monito che oggi riceverà il ministero dell’Economia. La Corte dei conti non pretende una correzione del decreto presidenziale, malgrado il parere di illustri costituzionalisti che hanno insistito sulla necessità, in questo caso, di due decreti per due generali. Però, non può rinunciare al rimprovero al governo.
A questo punto, è lecito chiedersi che cosa sia successo dietro le quinte. La scorsa settimana, alla vigilia del confronto in Senato così pericoloso per il governo, la Corte ha dimostrato sensibilità istituzionale, evitando di far avere subito a Palazzo Chigi i suoi rilievi, per «rispetto» al dibattito parlamentare in cui le osservazioni potevano essere «strumentalizzate». Anche ora dimostra sensibilità politica? Dopo il faccia a faccia di martedì tra Romano Prodi e il presidente Tullio Lazzaro, arriva un visto che fa decantare una situazione tesa per l’esecutivo. Ma è con riserva. Le ragioni della politica, sospettano in molti, hanno giocato un ruolo determinante in questa storia. E i magistrati contabili si sono sentiti sulle spalle la responsabilità di una crisi di governo, il peso di entrare in giochi partigiani.
E poi, il «nocciolo della questione», come dice Antonio Di Pietro, rimane sempre lì, ad inquietare gli osservatori del caso Visco: «È stato sostituito e destituito un generale della Guardia di Finanza dicendo di lui tutto il male possibile e proponendo per lui la promozione alla Corte dei Conti». Per il ministro delle Infrastrutture e leader dell’Italia dei valori questa «contraddizione in termini si risolve in una ferita nella credibilità del governo che comporterà una cicatrice e le cicatrici si vedono».