La Corte dell’Aia apre la caccia «Arrestate Gheddafi e il figlio»

Gheddafi ha le ore contate. Lo ha detto ieri mattina il ministro degli Esteri Franco Frattini e una serie di indizi sembrano confortare la sua affermazione. Il cerchio contro il Colonnello va infatti sempre più stringendosi, nonostante la sua capacità militare sia ancora abbastanza valida. Ieri il procuratore della Corte penale internazionale dell’Aja, Luis Moreno Ocampo, ha chiesto un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità nei confronti non solo di Muammar Gheddafi, ma anche di suo figlio Seif al-Islam e del capo dell’intelligence libica, Abdullah Al Senussi. Le accuse riguardano la feroce repressione della rivolta contro il regime, con arresti, sparizioni e uccisioni arbitrarie degli oppositori: secondo Ocampo, Gheddafi avrebbe ordinato personalmente di prendere di mira i civili.
Contemporaneamente la Nato intensifica le sue azioni tese a spezzare la resistenza armata del regime, che sarebbe ormai consapevole dell’esito inevitabile del conflitto e in cerca di una via d’uscita onorevole per il raìs di Tripoli. Azioni che da ieri comprendono anche la guerra psicologica, condotta con messaggi trasmessi sulle frequenze della radio dell’esercito libico che chiedono ai lealisti di arrendersi e affermano che mercenari stranieri stanno violentando le donne libiche su ordine di Gheddafi.
Nel suo intervento a Canale 5, Frattini ha parlato di «messaggi che cominciano ad arrivare dalla cerchia ristretta del regime». Questi personaggi «hanno cominciato a parlare sotto copertura con un giornale britannico (il Guardian, ndr) indicando che quello che Gheddafi cerca è una via d’uscita onorevole: un luogo dove, in modo decoroso, si possa ritirare e sparire per sempre dalla scena politica». Per questo, ha aggiunto Frattini, «stiamo lavorando con l’Onu affinché si trovi una via d’uscita politica che tolga di scena il dittatore e la sua famiglia e permetta la costituzione immediata di un governo di riconciliazione nazionale dove esponenti della Tripolitania sarebbero già stati individuati: ciò a dimostrare che non sarebbe il governo di Bengasi, ma dell’intera Libia».
Frattini ha anche insistito sulla questione degli sbarchi di immigrati africani a Lampedusa, spiegando che «il presidente del Cnt libico ha già detto sia al presidente Napolitano sia al presidente Berlusconi che, nel momento in cui assumessero il governo dell’intera Libia, quindi anche dei porti di Tripoli e di Zuara, gli sbarchi saranno bloccati. È loro interesse mostrare alla comunità internazionale che la collaborazione sarà addirittura migliore di quella che c’era con Gheddafi».
L’annuncio del procuratore del Tribunale dell’Aia potrebbe però complicare la prospettiva di una via d’uscita di sicurezza per Gheddafi. Inoltre il Colonnello non sembra aver abbandonato le speranze di aggrapparsi al potere. Ieri infatti, dando in qualche modo seguito anche all’appello del Papa per uno stop ai combattimenti in Libia, il governo russo ha rilanciato le sue pressioni per l’apertura di un negoziato tra le parti. Il ministro degli Esteri Lavrov ha anzi reso noto che questa mattina giungerà a Mosca per colloqui una delegazione inviata da Tripoli e ha chiesto al governo provvisorio di Bengasi di fare altrettanto «nel prossimo futuro».
Anche l’Onu svolge un suo ruolo: il segretario generale Ban Ki-moon ha parlato ieri al telefono con il premier libico Al Baghdadi Al Mahmudi, per capire i termini del cessate il fuoco che Tripoli ha offerto a condizione che la Nato fermi i bombardamenti. Cautela più che comprensibile, considerato che Gheddafi ha più volte promesso tregue in queste settimane senza mai mantenere la parola data.