La Corte Suprema Usa boccia Guantanamo

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

L’America è anche questo: la sentenza della Corte Suprema in una causa che vedeva di fronte da una parte il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, e dall’altra l’autista e «gorilla» personale di Osama Bin Laden, ispiratore della strage terroristica dell’11 settembre 2001 a Manhattan. E la Corte ha deciso in favore dell’autista. Cinque voti contro tre, una sentenza che mette in grave difficoltà il presidente degli Stati Uniti e un capitolo importante della sua strategia nella «guerra al terrore». Sotto il nome di Rumsfeld, il Pentagono, cioè il governo americano voleva sottoporre Salim Ahmed Hamdan a processo davanti a un tribunale militare speciale, privandolo di molte delle normali garanzie in nome, evidentemente, della «sicurezza nazionale». Hamdan è detenuto da quattro anni a Guantanamo, la prigione in cui le leggi sono sospese, i detenuti sottratti sia alle regole procedurali civili Usa, sia al trattamento per i prigionieri di guerra definito dalla Convenzione internazionale di Ginevra. Egli ha fatto ricorso, la causa ha risalito tutti i gradi della magistratura, è approdata alla Corte Suprema, che ha deciso non tanto in suo favore, quanto contro la dottrina giuridica e la prassi instaurata da Bush. Il presidente e il governo, ha deciso la maggioranza, hanno violato la legge americana e la legge internazionale. Ha letto la sentenza il giudice John Paul Stevens, sostenendo che il governo non possiede l’autorità di prendere misure straordinarie come l’istituzione dei tribunali militari speciali «anzi - ha rincarato la dose un altro giudice, Anthony Kennedy (considerato un “moderato”) - un processo del genere solleva le più gravi obiezioni: una simile concentrazione di poteri in mano all’esecutivo mette in pericolo la libertà personale, con una incursione che la Costituzione espressamente vieta». Non si è trattato, come si vede dai numeri, di un giudizio unanime. La minoranza, composta da tre giudici conservatori (l’unico membro di colore Clarence Thomas e due italoamericani, Antonin Scalia e Samuel Alito) ha motivato con forza il proprio dissenso. La Corte, secondo Thomas, «pone gravi ostacoli alla capacità del presidente di affrontare e sconfiggere un nemico mortale». La reazione di Bush è stata pronta e, almeno nelle promesse, moderata. L’uomo della Casa Bianca non ha impugnato la sentenza e ha anzi promesso di ottemperare alle decisioni della Corte. Tuttavia, ha subito aggiunto, «occorre prendere in esame seriamente il caso. Evidentemente la Corte Suprema non ha deciso e non desidera che degli assassini vengano posti a piede libero. Spetterà dunque all’autorità politica, cioè alla presidenza e al Congresso, determinare se i tribunali militari siano un foro opportuno per i processi del genere. «Lavorerò con il Congresso per trovare una soluzione - ha detto il presidente - ma non metterò in pericolo la vita degli americani liberando degli assassini». Bush ha anche rilevato che la sentenza non include una dichiarazione di illegittimità del campo di Guantanamo in sé. Il governo, tuttavia, si trova di fronte a una scelta che finora ha sempre cercato di evitare: o sottoporre i detenuti di Guantanamo a un regolare procedimento militare di Corte marziale, oppure mettere il loro caso nelle mani della normale magistratura civile. La prima soluzione implicherebbe con ogni probabilità una qualche forma di riconoscimento dei prigionieri come soldati nemici catturati in battaglia e dunque coperti dalla Convenzione di Ginevra. La seconda costringerebbe il governo a indire contro di loro procedimenti giudiziari formali che implicano i diritti fondamentali previsti dalla Costituzione americana, a cominciare da un regolare collegio di difesa e la pubblicità del dibattimento, cui il governo si è sempre opposto sostenendo che essa potrebbe disarmare gli investigatori e consentire agli imputati di «inquinare le prove». Almeno rendere pubblici i nomi dei testimoni a carico. In entrambi i casi la funzione di campi come Guantanamo (ma anche come Abu Ghraib in Irak) verrebbe messa in discussione ancor più apertamente e fondamentalmente che nel dispositivo odierno. Ma Bush probabilmente reagirà a questa possibile crisi politicizzandola, vale a dire sottoponendola al giudizio del Congresso e degli elettori. Ciò potrebbe rientrare nella strategia, evidente nell’ultimo paio di mesi, di mettere con le spalle al muro i democratici in Congresso, costringendoli o a prender posizione davanti agli elettori in favore della procedura della Casa Bianca, o a schierarsi apertamente contro, prestando così il fianco all’accusa di «deriva codarda» sui temi della suprema sicurezza nazionale.