«Il corteo del 25? Errore strategico Lascio la piazza ai demagoghi Folle sperare nei flop di Berlusconi»

A volte lo dipingono come il grande «bastiancontrario». Ma la verità è che il tono di Massimo Cacciari - l’uomo-simbolo del Pd nel Nord est - quando parla delle ultime vicende del suo partito, è piuttosto quello del disincanto. Il sindaco di Venezia fa una riflessione pacata, lucida, a tratti pessimistica: dice sconsolato che per il Nord «nel Pd si è fatto meno dello 0,1% di quello che serve»; aggiunge «è folle ridursi ad attendere passi falsi di Berlusconi», dice che «il governo ombra ha fatto poco o nulla e andrebbe già reimpastato»; e alla fine mette una pietra tombale sulla manifestazione del 25 ottobre: «È frutto di errori tattici e strategici. Io non ci sarò, ci vadano i demagoghi».
Sindaco, quanta amarezza.
«Nessuna lamentela. Solo la constatazione che mentre il governo Berlusconi ha assunto un assetto strategicamente nordista, il centrosinistra continua a essere organicamente romanocentrico. Che aspettano, una mazzata alle europee?».
Cosa intende per «nordista»?
«Che ci sono, per dire, ben tre ministri-chiave veneti: Brunetta, Sacconi e Zaia. Per non parlare di Berlusconi e Bossi».
Il Pd aveva fatto la scommessa strategica di Calearo e Colaninno?
«Prego?».
Ha provato a inventare con Calearo e gli altri, una nuova leadership politica al nord...
«Non ne parlo, per carità di patria».
Mi riferivo all’intenzione di chi l’ha candidato.
«E io mi riferisco all’idea che accostare la parola leadership alla figura di Calearo, mi pare estremamente coraggioso».
Torniamo alla manifestazione, cosa c’è che non va?
«Sul piano della tattica, prima di tutto, credo che non si possa convocare la gente in piazza con cinque mesi di anticipo! Con questi tempi si fa un convegno sul big bang, non una mobilitazione politica... ».
E sul piano della strategia?
«Una grande forza di opposizione dovrebbe mostrare una maggiore attenzione alla costruzione di progetti alternativi all’attività di governo, non giocare di rimessa».
Proprio per questo è nato il governo ombra, però.
«Lo dico senza polemica. Non mi pare proprio che abbia fatto nulla di simile. Andrebbe perlomeno rimpastato».
Lo vede? Riecco il Cacciari ipercritico...
«Mi dica una sola cosa che abbia prodotto. O sono distratto io, oppure c’è un vuoto: sul federalismo, sulle riforme... Sulla crisi economica non si è andati oltre un pur doveroso appoggio al governo. Un po’ pochino, direi».
Se si pensa che solo un anno fa lei era il principale sostenitore del Pd...
«Ma io lo sono ancora, e convintamente. Sostengo il progetto, ma non posso fare a meno di osservare che il modo in cui sta realizzando contraddice le premesse e le esigenze di novità».
Mi faccia un esempio.
«Ma le pare che la dialettica interna sia ancora il confronto D’Alema-Veltroni, più le modificazioni orografiche delle correntine degli ex Ppi? Nulla è più letale per una forza che vorrebbe essere nuova. Il Pd è come uno di quei bimbi che ha bisogno immediato di un apparecchio odontoiatrico».
Ma quanto tempo è che non parla con Veltroni?
«Molto. C’è stima reciproca, spero, ma non mi ha mai cercato, evidentemente non lo ha ritenuto utile, forse è stato sepolto dagli impegni non so».
Se gli potesse parlare cosa direbbe?
«Ci vuole subito un partito federalista, lo dico da anni. Se siamo percepiti, anche giustamente, come romanocentrici, come si recuperano voti al Nord?».
Il Pdl governa ma non è «romano»?
«Anzi, come le ho detto, ha promosso il prima linea personalità del nord. Noi le retrocediamo, piuttosto».
A Veltroni lo dirà in piazza il 25?
«No, guardi, io il 25 ottobre non ci sarò».
Addirittura?
«Che vuole? Il mestiere di sindaco è una tortura che lascia pochi spiragli. E poi in piazza non ci vado più da secoli, forse non ho l’età. In ogni caso la lascio ai demagoghi».
Ommamma! Dare dei demagoghi ai dirigenti del suo partito...
«Mi scusi, ma io sono abituato a usare le parole secondo il loro etimo».
Lo vedo.
«Intendo demagogo colui che si mette alla testa del popolo e lo guida».
Detto da un sindaco!
«Io lo amministro, è diverso. Non vado più in giro a predicare verbum questa è la differenza che c’è fra me e loro».
Ma che dovrebbe fare Veltroni, per prenderla in parola?
«In fondo è semplice: il problema del Pd nel lombardo veneto è uno solo: la scarsa rappresentatività della sua classe dirigente. Qui da noi, ma in Lombardia è lo stesso, contiamo lo zero virgola uno. E invece... ».
Cosa?
«Ci vorrebbe una netta svolta federalista, è il modo per realizzarla è uno solo: un rapporto federale tra due partiti, come fra Cdu tedesca e Cdu bavarese».
Così non si rischia di ridurre forza e identità del Pd?
«E dov’è questa forza, scusi? Direi che fino a oggi c’è in campo a malapena un’ipotesi di partito, più che un partito. Si figuri se sarebbe il federalismo a indebolirlo!».