Corteo dell’odio, Diliberto bruciato dall’Unione

Roberto Scafuri

da Roma

Una piccola intifada andata oltre le previsioni. Solo che stavolta, partita non dalla piazza ma dal «salotto buono» governativo, si indirizza tutta contro il Pdci di Oliviero Diliberto. Un partito che si ritiene vittima di «conformismo perbenista» e forse dettato da strategie di politica interna, altro che Palestina. Lui, la pietra dello scandalo, che non ha esitato a parlare di «servizi deviati e provocatori» per giustificare gli incidenti di Roma, è rimasto come ogni lunedì impegnato nel lavoro universitario: ricevimento studenti, preparazione delle lezioni. Con occhi attenti a decifrare la reprimenda arrivata dal premier Prodi (ma soltanto dopo il duro intervento di Diliberto sulla Finanziaria, ieri alla Camera, si fa notare). E orecchie vigili sui movimenti all’interno e all’esterno del suo partito, forse mai apparso tanto isolato nel panorama politico italiano (anche se si parla di una telefonata chiarificatrice tra Diliberto e il premier).
«E chi dice che non potrebbe averlo messo nel conto e pensare di avvantaggiarsene?», s’interroga a viale del Policlinico qualche vecchio (ex) compagno del Prc. Eppure, ora che l’assedio è completo, con il centrodestra che reclama l’uscita della piccola ma inaffidabile navicella del Pdci dal porticciolo di governo, e i cosiddetti «alleati» che lo cannoneggiano in darsena, la domanda che si potrebbe rivolgere a Diliberto è poi quella che riecheggia nelle parole di Piero Fassino: «Diliberto non può fare finta di non sapere che le due manifestazioni di Roma e di Milano erano diverse: una cosa è sfilare per la pace in Medioriente, altro è sfilare per la Palestina, ossia per uno solo». Già, perché sfilare con il Forum Palestina, che nel passato aveva dato dimostrazione di estremismo, e non con i pacifisti a tutto tondo di Milano? Domanda alla quale nel quartier generale del Pdci si dà questa risposta: «La situazione della Palestina è disperata, non paragonabile a quella di Israele. Certo che Israele ha diritto alla sicurezza, ci mancherebbe... Però: Israele almeno uno Stato ce l’ha, la Palestina no; Israele almeno ha un esercito efficiente, la Palestina no; in Israele almeno si mangia tutti i giorni e i palestinesi no; in Israele l’acqua c’è, in Palestina no...». E così via, per finire alle due ultime stragi di bambini, «per carità, tragico errore degli israeliani, figuriamoci, come al solito...».
Un quadro condiviso da molte parti della sinistra radicale, ma al quale si sottraggono volentieri i bertinottiani, pronti nel rilevare che la risposta giusta al «perché sfilare a Roma e non a Milano?» stia piuttosto nel «cammino della non violenza, che noi abbiamo percorso e altri no: chi non ha rotto ancora con lo stalinismo e la violenza si vede...». Strali acuminati tra ex compagni, ribaditi ieri dal «sentimento di angoscia» per i fantocci bruciati che ha dichiarato il presidente della Camera, Fausto Bertinotti. Oppure da quell’«illusione di Diliberto di cavalcare una piccola nicchia di consenso», stigmatizzata dal segretario prc, Franco Giordano. Ciò che sorprende e sconcerta i dilibertiani è, invece, la misura del «fuoco amico», andata al di là di ogni previsione. Dopo Prodi, che forse ha tirato fuori un sassolino dalla scarpa a lungo represso; dopo Fassino e Rutelli («Un politico con la testa sulle spalle sa scegliere le manifestazioni e prevede in quale situazione può trovarsi»); dopo le ministre Melandri e Bonino, dopo tutto e tutti, ecco arrivare anche la reprimenda del ministro Fabio Mussi, ormai leader della futura Sinistra socialista extra-ds. «Diliberto ha esperienza ed età che gli consentono di vedere chiaramente che non tutti i cortei sono buoni. Non è che, dato un corteo, ci si entra dentro: dipende da cosa vogliono quelli del corteo. È stato un errore e credo che non si ripeterà. Però a Diliberto che si vanta di essere erede del Pci, va detto che ne ha dimenticato una grande lezione: cioè che anche a sinistra ci sono dei nemici... Per quanto si proclamino di sinistra, i gruppi responsabili della vergogna del dileggio dei militari italiani, e degli insulti a Israele, sono nemici e vanno politicamente contrastati». Una lezione rifiutata dalla capogruppo del Pdci al Senato, Manuela Palermi, secondo la quale una «grottesca grosse koalition si accanisce contro il Pdci», e Mussi dimentica a sua volta che «il Pci sapeva che c’erano sempre rischi di provocazioni e infiltrazioni, ma non per questo evitava la piazza».