Il corteo fa flop. Tanti compagni vanno al mare

Crolla la partecipazione rispetto agli ultimi due anni. Non più di 25mila in piazza: così "la rivincita" è fallita

Se la riscossa del centrosinistra doveva partire da qui, il (prossimo) governo può dormire sonni tranquilli. La Resistenza da mito si trasforma in rito. Stanco e sonnolento anche a Milano, dove pure c’è la manifestazione nazionale per il 25 aprile. Assenti i big ancora frastornati dalla batosta elettorale, il palco è affidato agli ottantuno anni di Armando Cossutta, all’orecchino del governatore di Puglia Nichi Vendola, agli (ancora per poco) ministri Barbara Pollastrini e Paolo Ferrero, a Dario Fo e Franca Rame che giocano a fare i sempregiovani nel corteo degli alternativi («C’è tanta gente che batte le mani e che si bacia e che ci fa sentire meno disperati dopo la vittoria di Berlusconi»). Per loro l’uomo nero è sempre lo stesso. Un’ossessione.
Ma il corteo più che una rincorsa alla destra vincente è una passeggiate a passo di shopping nel Corso dello struscio. La coda, semmai, è poco più in là. Davanti al portone di Palazzo Reale, dove si sgomita per vedere le meraviglie di Balla, Canova e Bacon. «La destra al potere non ci fa paura, la nostra lotta sarà sempre più dura». In pochi, pochissimi lì dove sventolano le bandiere di quei Verdi fuori che, come le angurie, hanno finalmente rivelato il rosso che c’è dentro. Facendo scappare gli elettori. Alla guerra delle cifre gli organizzatori parlano di 50mila, i più realisti di 25mila, la realtà di molti, ma molti di meno. Un crollo rispetto a due anni fa quando a Milano si era tra le elezioni politiche e le amministrative che avrebbero eletto sindaco Letizia Moratti. Forse anche grazie a sputi e insulti ricevuti insieme al padre in carrozzina. Partigiano bianco al fianco di Edgardo Sogno e non delle brigate con Marx nello zaino. Erano di più anche l’anno scorso, quando in piazza Duomo parlò Fausto Bertinotti e la gente coprì ancora di fischi le parole della Moratti con fascia tricolore. Condannò anche Bertinotti, ancora lìder maximo della sinistra di lotta e governo, più cachemire che barbera. Oggi neppure due settimane dalle elezioni, eppure a guardare la piazza sembra passato più di un secolo. Nessuna adrenalina nemmeno dietro il gonfalone dell’Anpi di Sesto san Giovanni, l’ex Stalingrado d’Italia caduta in mano alla destra. Aria mesta anche intorno a quello di Reggio Emilia, dove è arrivata anche la Lega Nord a far bottino tra le file di operai e «proletari» che ora di falce e martello non vogliono nemmeno sentir parlare. E allora anche le bandiere rosse sono poche, pochi i pugni chiusi, Bella ciao è stonata. Non c’è nemmeno la solita banda e l’unico bersaglio finisce per essere la Moratti. «Un’assenza gravissima», sentenzia Ferrero. «Il 25 aprile non è un vestito che si mette o si dismette a seconda delle occasioni», gli fa eco la Pollastrini. Una predica che forse meriterebbe di più chi fischia quando sul palco il sottosegretario alla Regione Angelo Giammario pronuncia il nome del governatore Roberto Formigoni. Libertà e civiltà sono un’altra cosa.