Ma il corteo moralista non è da cristiani

Il direttore di <em>Avvenire</em> scrive che se fosse donna oggi manifesterebbe. Ma un vero cattolico non
può considerarsi a priori dalla parte della verità, come fa chi sfila
spinto dall’ideologia

Non mi persuade, e non lo dico per polemica, l’editoriale di Avvenire uscito ieri e firmato dal suo direttore, Marco Tarquinio, che con azzardato travestimento intellettuale afferma che, se fosse una donna, oggi sarebbe in piazza. Il travestimento non sta tanto nell’immaginarsi donna, visto che qualunque scrittore di romanzi, anche non necessariamente omosessuale, deve continuamente fare i conti con la pluralità - di pensiero e di corpo - di cui tutti siamo fatti.
Quello che non persuade è che Tarquinio sarebbe in piazza solo se fosse una donna. Ma siccome non lo è, non ci andrà. Perché mai? Ci saranno Antonio Di Pietro, Nichi Vendola, Gad Lerner: perché non dovrebbe esserci anche Marco Tarquinio? Perché dovrebbe presenziare a quel momento solo se fosse una donna? Perché accontentarsi di sperare che la piazza al femminile «s’arrovelli e non s’arroventi» se poi lui non ci sarà, a dare il proprio contributo in tal senso?
Insomma, mi sembra che Tarquinio, nonostante il livello del suo discorso, cui non sono estranei accenti davvero lirici, alla fin fine non la racconti giusta, perché se la raccontasse giusta, se davvero desiderasse, come scrive lui stesso nella prima riga del suo editoriale, far prevalere l’amore sulla politichetta, allora dovrebbe mettere le mani in pasta, perché sappiamo bene che l’amore non prevale da solo sulla politichetta, e che gli auguri e i buoni propositi fanno parte, com’è noto, della lastricatura dell’inferno.
Lo dice lui stesso - e anche su questo non sono d’accordo - che «nel reality purtroppo ci siamo tutti». Se davvero crede a questa cosa, allora vada fino in fondo. In piazza. A gridare. Io invece continuo a non crederci, e in questa resistenza (che forse Tarquinio giudicherà vacua) trovo una delle poche ragioni per impegnarmi intellettualmente in questi giorni tristi nei quali ciascuno di noi sembra costretto a scegliere tra la stupida allegria del bunga bunga e la tetraggine moralista degli Eco, Saviano e Zagrebelsky.
Il reality non è, caro Tarquinio, un’entità numinosa e ultrapersonale: il reality lo fa chi lo vuole fare, non importa se laico o cattolico o addirittura vescovo. Senta cosa scriveva nel 1973, ossia trentotto anni fa, il gesuita Michel De Certeau: «Ogni dibattito che riguarda le consuetudini o la vita civile porta immancabilmente sulla scena pubblica un personaggio ecclesiastico e discorsi religiosi. Questi personaggi e questi discorsi non intervengono più come testimoni di una verità. Giocano piuttosto un ruolo teatrale. Fanno parte del repertorio della commedia dell’arte sociale».
Va da sé che il problema del degrado cui è giunta l’immagine della donna nella nostra società esiste. Ma io non sottovaluterei, come invece fa Tarquinio, il problema del «mancato passaggio del testimone» tra il vecchio movimento femminista, che annovera figure di donne eroiche, e le giovani generazioni del nostro tempo.
In quel mancato passaggio si nasconde infatti un problema che ci riguarda tutti. C’è stato un momento in cui il movimento femminista poteva affermarsi culturalmente con un protagonismo che, invece, non ha avuto, lasciandosi assorbire troppo presto dai partiti di sinistra (che erano maschilisti come tutti gli altri) oppure rinunciando a vigilare sulle pericolose derive interne, come quella della liberazione attraverso la sessualità.
Per anni abbiamo sfogliato riviste patinate di sinistra in cui l’immagine della donna a seno scoperto era un simbolo di emancipazione, così come il rifiuto della famiglia e la spregiudicatezza dei costumi in chiave di rinnovamento della società erano considerati il non plus ultra della lotta per la liberazione della donna.
Questa confusione, alla quale non seppero far fronte menti di grande valore, è il nodo irrisolto: non soltanto per l’immagine della donna, ma - metaforicamente - per la vita di noi tutti. C’è stato un momento in cui il pensiero, il pensiero come tale, ossia la facoltà di riflettere liberamente e fondatamente sulla nostra condizione, è stato assorbito in un vuoto di libertà in cui anche le migliori intelligenze si sono ridotte a comparse teatrali, ad attori, proprio come i prelati di cui parlava Michel de Certeau.
Cosa vuole che me ne importi, caro Tarquinio, di una piazza con Di Pietro, Nichi Vendola, Gae Aulenti e la Cortellesi? Che parole possiamo aspettarci di sentire? La condizione drammatica in cui tante nostre povere figlie versano senza nemmeno rendersene conto non riceverà alcuna luce da questa manifestazione, anzi: la sua inutilità potrebbe produrre soltanto un po’ di speranza in meno, un po’ di tenebra in più.
Di una cosa la prego, lei che dirige un quotidiano così importante e potenzialmente libero: lasci stare i reality e le commedie dell’arte, e la smetta con la solita solfa cattolichese del «differenziarsi partecipando», come fa lei, che approva la piazza mettendo però i puntini sulle i. Basta con i puntini sulle i. Ciascuno faccia il proprio gioco alla luce del sole.
Quanto a me, spero ogni giorno nell’aiuto di Dio, affinché le mie parole non siano vuote come quelle che dicono di combattere. Nessuno può considerarsi a priori dalla parte della verità, men che meno se è cattolico. Per questo, caro Tarquinio, la invito a guardarsi da chi, invece - e oggi sono in tanti - si ritiene tale.