Cortes adesso «sperimenta» il flamenco misto alla classica

Rieccolo. Carismatico, inebriante, sensuale. È Joaquìn Cortés il ballerino di flamenco più famoso del pianeta. Un animale da palcoscenico che danza a petto nudo con guizzi felini nei fianchi e possenti braccia che spazzano l’aria. Ha lo sguardo di lava, capelli corvini e un magnetismo irresistibile. Stretto nei cromatici pantaloni rossi, bianchi e neri griffati Jean-Paul Gaultier, il bailaor di Cordoba sta scaldando i muscoli per espugnare il Sistina (23, 24 e 25 giugno) con il suo ultimo spettacolo Mi soledad che ha da poco trionfato allo Smeraldo di Milano. Si tratta di uno show sperimentale dalle molte anime in cui jazz, flamenco, musica classica e spartiti cubani si fondono in un melting pot di ritmi e colori dominati dall’anima scura del flamenco. Una performance sperimentale di suoni e parole sostenuta dalla forte presenza scenica di Cortés, artista che non ha certo bisogno di presentazioni. Proposto per la prima volta all’Auditorium di Città del Messico tre anni fa, Mi soledad è uno spettacolo originale in cui il popolare ballerino, mescolando i linguaggi dell’arte a inediti spunti emotivi, prende per mano il pubblico guidandolo in un sorprendente viaggio tra le emozioni. Una per tutte, la solitudine; quel sentimento stratificato, carico d’intimità e sinonimo d’individualità, che Cortés - autore delle musiche dello show insieme con José e Antonio Carbonell - esplora senza pudore. Mi soledad è un titolo che di primo acchito potrebbe lasciare perplessi, dato che nell’immaginario collettivo Cortés è il seduttore per antonomasia, l’uomo che non deve chiedere mai, per dirla con uno spot. Invece no. Single fino all’anno scorso e in attesa di una donna con la quale mettere su famiglia, Joaquìn mormorava di avere un solo amore: la danza, sua unica sposa. Aspettando di farsi trovare, Cortés continua a ballare. Camicia sbottonata e sguardo caliente pronto a ferire, il colpo dei tacchi sul palco e il secco battito di mani del bailaor suonano come una provocazione. Quando agita il corpo le signore letteralmente impazziscono e le ragazze ammettono che farebbero di tutto per lui: anche la doccia, usando il suo sudore al posto dell’acqua. Eccessivo? Forse, perché con Mi soledad Cortés vuole condividere col pubblico altre esperienze, più intime e vere. È uno show che si presenta come un pellegrinaggio nell’eremo di un’artista per certi versi sconosciuto, che sotto i riflettori si trasforma, celebrando l’esperienza teatrale in un viaggio ai confini dell’anima. Sperando che le signore afferrino il messaggio, Cortés si prepara a dominare con pathos la scena semplice e carica di intimismo, pronto a graffiare via la vernice di icona sexy per spogliarsi (metaforicamente) dai vecchi orpelli. E raccontarsi, partendo dal sé poco condiviso, scavando con nuovi gesti e altri ritmi emozioni altrimenti inaccessibili. Muscoli ed esuberanza, insomma, non bastano più. Nemmeno al sodo Cortés.