Cortina decide se "spostarsi" in Alto Adige

Domani e lunedì urne aperte: bisogna stabilire se dare l’addio al
Veneto e passare sotto la provincia di Bolzano. Attesi ai seggi quasi
7mila residenti, quorum a rischio. Se non vota il 51%, qualsiasi esito sarà vano

da Cortina d’Ampezzo (Bl)

Vai a sapere: magari un giorno la chiameremo tutti Kortinen. Il sogno che molti qui coltivano è proprio questo: scalare qualche tornante dolomitico, come Cunego al Giro d’Italia, e buttarsi a perdifiato in terra d’Alto Adige. Per rimanerci. Con tutti gli annessi e connessi che ben conosciamo. Hanno cominciato a pedalare da qualche anno, sciroppandosi la lunga marcia di avvicinamento che porta allo strappo finale. Domenica e lunedì attaccano l’ultima rampa, sperando di scollinare: referendum, tutti alle urne. Si vota sì per salutare l’odiato Veneto e tornare tra i fratelli ladini, si vota no per restare in provincia di Belluno. Il che, detto tra noi, non è poi vita così infernale: per la cronaca, Belluno è la provincia col più alto Pil del pur danaroso Veneto.
Disse qualche tempo fa Marta Marzotto, che a Cortina tiene salotti e conta come un sindaco: «Riunirsi ai fratelli ladini? Fatico a pensare che i cortinesi non siano mossi da questioni economiche. Confermano d’essere solo degli ingrati. Per un semplice motivo: tutto quello che hanno lo devono agli italiani, in particolare ai veneti, non certo agli altoatesini. È da 50 anni che veniamo a Cortina pagando prezzi folli. Fare la spesa in cooperativa, lungo Corso Italia, costa più che lo shopping da Bulgari...».
Vietato però buttare il discorso sul volgare piano dei soldi. I promotori del referendum discutono soltanto di motivazioni storiche e culturali. Ricordano come Cortina la ladina fosse anch’essa placidamente tirolese fino al Ventennio fascista, quando un decreto dall’alto decise il taglia e cuci a favore del Veneto. E questa innegabilmente è storia. Chiedono dunque un secolo dopo: perché dobbiamo vivere divisi dalla nostra comunità naturale? Perché i ladini della Val Gardena e della Val Badia continuano ad aumentare, mentre noi ci stiamo estinguendo? Da qui, la conclusione scritta a caratteri maiuscoli sui volantini: «Votare no significa essere becchi, bastonati e derisi».
Casualmente, comunque, pure loro non dimenticano di ricordare ai compaesani che «tornare a casa» significa «avere un’amministrazione sensibile ai bisogni della montagna e del turismo», «ottenere posti di lavoro riservati alla gente del luogo nella pubblica amministrazione e nella scuola», «avere una scuola bilingue all’avanguardia in Europa». Traducendo in noccioline, blandiscono la popolazione con il modello bolzanino, entità geografica italiana baciata dal più alto reddito pro-capite. Diciamola tutta, senza che nessuno si scandalizzi: riabbracciare idealmente i fratelli ladini di Corvara e Ortisei va benissimo, ma se questo significasse andare in provincia di Nuoro o di Crotone, non si respirerebbe in giro tutto questo afflato secessionista.
Nell’attesa degli eventi, alle urne saranno - o sarebbero - 6828. Cortina conta 5191 aventi diritto, gli altri fanno parte dei due minicomuni allegati di Livinallongo e Colle S. Lucia. La giunta comunale, divisa, è chiusa in un guardingo silenzio: soltanto oggi il sindaco Franceschi chiarirà pubblicamente la personalissima posizione. Il partito del sì, trasversalissimo da destra a sinistra, prega il cielo perché i cortinesi vadano in massa nei seggi della scuola media. Difatti non bastano tanti sì: deve votare il cinquanta per cento più uno. Inutile dire come l’obiettivo dell’opposizione filo-veneta, qualcuno dice papale filo-italiana, sia invece una memorabile diserzione, così che sull’illusione altoatesina cali per sempre il gelo delle Tofane.
Neppure una vittoria trionfale dei referendari basterebbe comunque al trasloco. Il referendum ha solo valore consultivo. Poi sarebbero necessari altri passi legislativi. L’ultimo atto al Parlamento. Prima, dovrebbero pronunciarsi gli enti locali. Dovrebbe esprimersi soprattutto la Provincia di destinazione. E qui entra in gioco il popolare Luis Durnwalder, scaltrissimo presidente di Bolzano, cioè dell’Alto Adige, meglio detto Süd Tirol. Il monarca assoluto dell’Eden italiano alterna frasi come «li aspetto a braccia aperte» ad alcuni ma-se-però. Evidentemente, vuole prima vedere come gira a Roma: maestro del genere, sa che tirare troppo la corda non conviene. Rischia di rompere equilibri vantaggiosissimi. Durni è consapevole che Cortina sarebbe solo il primo di una lunga lista di comuni in fuga, e che dunque il precedente rischierebbe di provocare turbolenze fastidiose. Da qui, una calcolata melina. Quanto invece al versante veneto, nessun attendismo e nessuna melina: si segnala un presidente Galan furioso come un bufalo. Tra le Dolomiti tuona fragorosa la sua minaccia: «Se proprio vogliono andare di là, offro io il viaggio. Noi ci teniamo Cortina. E ci portiamo tanti senegalesi che stanno lavorando duro per il Veneto».