Il cortocircuito dei banchieri

C’è un tempo per la melina e per il fioretto e c'è un tempo per l'affondo e per le sciabolate. Non è una frase ermetica o misteriosa. È solo la descrizione della lotta di potere che si sta consumando in Italia tra gruppi economici la cui forza non sta nelle aziende che guidano ma nei grandi giornali che controllano e in alcune Procure della Repubblica subito pronte a «ripristinare quell'ordine che regnava a Varsavia» nei tempi bui. Oggi è a rischio la democrazia economica e quindi la democrazia tout-court e per tanto vanno appesi al muro i fioretti e impugnate le scimitarre. I lettori sanno che da un anno a questa parte si è scatenata una guerra per il controllo di due banche italiane neanche tra le più importanti, l'Antonveneta e la Bnl. I conquistatori erano e sono due banche straniere, gli olandesi della Abn Amro e gli spagnoli del Banco de Bilbao aiutati da alcuni imprenditori e banchieri italiani. Quelli che si contrapponevano erano per l'Antonveneta la banca Popolare Italiana con l'aiuto di alcuni imprenditori lombardo-veneti e per la Bnl gli immobiliaristi guidati da Franco Caltagirone che passarono la mano all'Unipol di Giovanni Consorte cui vendettero le proprie azioni. In entrambi i casi il mercato bocciò le Opa degli olandesi e degli spagnoli. Ma quando il mercato, in particolare quello italiano, si orienta verso una direzione contraria ai desideri di quell'intreccio di potere fatto da banchieri, monopolisti privati e giornali da loro controllati, ecco che «arrivano i nostri», le Procure della Repubblica, a riportare le cose nel verso giusto mettendo sotto indagine tutti quelli che stanno dall'altro lato e addirittura intervenendo nei mercati finanziari con misure cautelative che fanno vincere alcuni e perdere altri. Così è avvenuto nella vicenda Antonveneta data nelle mani degli olandesi della Abn Amro e così sta avvenendo per l'Unipol rea di voler conquistare la Bnl per fare quella «bancassurance» che altri hanno già fatto. L'anomalia non sta nelle battaglie che gruppi economici possono farsi per conquistare questa o quella banca, questa o quella azienda, ma nel fatto che ci sono gruppi di potere economico tra loro intrecciati sul terreno finanziario e aziendale che controllano parte rilevante della grande stampa d'informazione. Un corto circuito micidiale per le sorti della democrazia. Dinanzi a questo intreccio di potere la politica sembra attonita e spaventata e non riesce neanche ad avvertire il rischio grave che corre la democrazia quando arrivano impropriamente nel mercato le Procure della Repubblica che finiscono quasi sempre per favorire quell'intreccio di potere ricordato intimidendo le autorità indipendenti strette come sono nella tenaglia del dovere di ufficio e del rischio di un avviso di garanzia. Su questo terreno non si può continuare a far finta di niente. Chi scrive non conosce né Consorte, né Fiorani, né Gnutti, né Ricucci, né tantissimi altri che giocano su quella sponda che sta sotto botta, come si dice in gergo, mentre è amico o conoscente di quasi tutti gli appartenenti a quell'intreccio di potere descritto. Ma sul terreno della democrazia gli occhi non possono essere chiusi per ragioni di amicizia o per ragioni di appartenenza politica. Chi scrive non è notoriamente comunista ma quello che si sta tentando di fare contro l'Unipol è un ulteriore grave episodio di manipolazione dell'economia di mercato per difendere la quale, negli anni Settanta, molti democristiani morirono. E chi ieri occhieggiava ai movimenti estremistici o addirittura vi militava, oggi è dentro quell'intreccio di potere che sta lentamente corrodendo l'assetto democratico del Paese e favorendo la sua colonizzazione nel silenzio complice dell'intera sinistra. Ci sembra quasi di ritornare con la memoria a dopo il congresso di Vienna del 1815 quando i piccoli Stati o Staterelli italiani, veri vasi di coccio tra i vasi di ferro dell'epoca, si rivolgevano alle potenze straniere (Francia, Spagna, Austria-Ungheria) per essere puntellate nel proprio potere sul territorio italico. Quello che duecento anni fa accadeva sul terreno politico-militare, si ripete oggi sul terreno finanziario, con i francesi, gli spagnoli e gli olandesi ormai fortemente presenti nei patti di controllo delle maggiori banche italiane e nel capitale dell'unica multinazionale italiana, quelle Generali da sempre un terreno minato come diceva già vent'anni fa Carlo De Benedetti. Se nel salotto buono del capitalismo italiano non vi sono più i Cuccia e gli Agnelli, nella politica non ci sono più quei grandi partiti di massa che sapevano reggere l'urto di un titolo di giornale con tutto quel che ne consegue sulla tenuta della democrazia italiana. Anzi quell'intreccio di potere economico che abbiamo richiamato più volte rischia di essere anche l'ispiratore di quel «partito democratico» che vuole mettere da parte le culture politiche delle singole componenti per diventare il nuovo partito d'azione, impoverito di ideali e arricchito di interessi economici e che qualcuno vorrebbe far passare per un partito «liberal» di massa sull'esempio dei modelli anglosassoni. Una pura illusione che quando svanirà mostrerà tutte le macerie prodotte sul terreno economico, finanziario e democratico. Ci riflettano per tempo tutti, da Prodi, Fassino e Rutelli a Berlusconi e Fini perché chiunque domani governerà dovrà fare i conti con quel coacervo di potere tutore esclusivo di interessi particolari e méntore di una gestione elitaria del Paese. E chissà se non sia giunto il momento di fare la storia di coloro che vivono di quell'intreccio di potere e pensano di governare il Paese senza mai lasciarsi votare.