Corvi razzisti sulla città di Giulietta

Siccome 17 anni fa, rischiando d’essere licenziato dal giornale locale in cui lavoravo, mi sono conquistato il diritto a criticare la mia città con un articolo sul supplemento settimanale del Corriere della Sera, vi dico: non date retta a quelli che parlano male di Verona. Sono professionisti del pregiudizio etnico e quindi, loro sì, razzisti della peggior specie.
Il titolo d’allora, «Giulietta non abita più qui», è lo stesso che rifarebbero ogni mattina, se potessero. Ma è sempre stato così fin dai tempi di Shakespeare «nella bella Verona» dove «sangue civile va macchiando mani civili», dove le «spade snudate» sono di casa e dove le ragioni del cuore si possono celebrare solo in una cripta buia, fra i sepolcri dei Capuleti. La chiamano città dell’amore, nonostante debba la sua fama a una sequela di delitti conclusa da un doppio suicidio: Tebaldo che uccide Mercuzio, Romeo che uccide Tebaldo, Romeo che uccide Paride, Romeo che uccide Romeo, Giulietta che uccide Giulietta. Tutto cominciò, anche allora, con una baruffa per strada. «Si tratta di una lite tra ragazzi, degenerata», ripete adesso il difensore del diciannovenne Raffaele Dalle Donne, costituitosi in questura. «Da una parte erano in tre, dall’altra in cinque. Ed è finita come tutti sappiamo».
Il fratello della vittima è il primo a riconoscere che «la politica non c’entra nulla». Il sostituto procuratore che conduce le indagini conferma che «la spiegazione della sigaretta negata è plausibile». Ma la politica deve entrarci per forza quando si vogliono dimostrare a tutti i costi le equazioni più fruste: perbenismo uguale devianza, moderatismo uguale fascismo, leghismo uguale violenza. E quindi vai col solito repertorio. Verona e le stragi del duo Ludwig. Verona e i tre cretini che ammazzarono Monica Zanotti gettando i macigni dal cavalcavia dell’Autobrennero. Verona e gli striscioni infami al Bentegodi: «Bologna badabum!» dopo la strage alla stazione, «Lo stadio dàsighelo da netàr al negro» (datelo da pulire al nero) dopo l’annunciato arrivo all’Hellas dell’olandese Mike Ferrier, che aveva il torto d’essere nato nel Suriname.
Eppure a Torino sabato notte almeno 200 giovani hanno cercato di linciare sette vigili urbani che elevavano contravvenzioni per divieto di sosta: dipenderà dal fatto che nella città della Fiat le auto hanno sempre ragione? Eppure a Bologna il prossimo 30 maggio saranno processati 18 naziskin responsabili di aggressioni a extracomunitari, ebrei e omosessuali, risse allo stadio, traffici con gruppi hitleriani internazionali: dipenderà dal fatto che qui è nato Gianfranco Fini? Nel dubbio, visto che è governata da Sergio Cofferati e ci abita Romano Prodi, meglio non parlarne in prima pagina.
Adesso, poiché due dei cinque teppisti veronesi abitano a Illasi, tireranno fuori - vedrete - di quella volta che a Montecchia di Crosara, il paese di Pietro Maso, 6 chilometri in linea d’aria, alcuni facinorosi fecero scoppiare l’arteria cerebrale al maresciallo Achille Catalani che li aveva rimproverati per gli schiamazzi: «Terrone, anche qui viene a comandare? Tornatene a casa tua».
Del resto già ieri Il Riformista è riuscito nell’impresa di evocare il fantasma di Luis Marsiglia, ebreo convertito al cattolicesimo. Chissà come gli è saltato in mente, al giornale dalemiano, di tirare in ballo quel docente che simulò un pestaggio antisemita a opera di sedicenti seguaci di Jörg Haider solo per coprire il fatto che non aveva i titoli per stare in cattedra. Ma tant’è. Verona non ha forse eletto un sindaco della Lega tale e quale all’intollerante ex governatore della Carinzia?
L’unico punto di contatto fra le due vicende è che l’impostore originario dell’Uruguay insegnava religione al liceo classico Maffei. Lo stesso oggi frequentato da Dalle Donne, l’aggressore che è finito in carcere per primo e che viene descritto come uno studente modello. Lo stesso ieri frequentato dall’avvocato Guariente Guarienti, protagonista dei processi Ludwig e Maso, difensore del «professor» Marsiglia ma anche di Rosy Bindi nonché di Valerio Morucci e Adriana Faranda, i carnefici di Aldo Moro. Fu proprio Guarienti, un ulivista della prima ora che detesta Berlusconi e Bossi e che ieri sera è riuscito a far parlare l’ex magistrato Gherardo Colombo su «Il perché delle regole» in una comunità dei padri stimmatini sulle colline di casa mia, a spiegarmi qualche tempo fa: «La banalità della violenza nasce dalla mancanza di cultura. Sono ragazzi di scarsissimi valori e rarissimi interessi». Guarda caso la stessa analisi del sindaco Flavio Tosi: «Io dico che la matrice è quella della stupidità. Soltanto delle persone senza valori, senza punti di riferimento, possono compiere gesti del genere».
Va’ a spiegarlo a Walter Veltroni, al ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, agli inviati della grande stampa o a personaggi come Roberto Malesani, legale dell’Associazione migranti, organizzatore lo scorso 25 aprile della Giornata dell’indignazione culminata con un corteo antirazzista blindato dalla questura, che ieri, in vena di neologismi, accusava: «Questo è il frutto di un clima che si respira da tempo in città, alimentato anche dalla politica securitaria cavalcata dal sindaco Tosi. A Verona ci sono un delirio securitario e un razzismo diffuso: e la politica delle ronde ne è la prova». E come intende uscirne, l’avvocato progressista? «A questo punto dobbiamo organizzarci per mettere in atto forme di autodifesa». Subito gli è arrivato il pieno appoggio del ministro (per fortuna uscente) Ferrero. Ci sono ronde buone e ronde cattive, evidentemente.
Anche fra gli studenti del liceo Maffei ci sono sempre stati studenti buoni e studenti cattivi. Ma nessuno si preoccupa di chiedersi in che cosa differivano quelli di ieri da quelli di oggi. L’avvocato Guarienti, per esempio, era già un universitario cresciutello quando salì sul campanile della basilica di Sant’Anastasia e con la fionda cominciò a lanciare petardi sul cortile del sottostante liceo classico che aveva smesso di frequentare da poco. Ne tirò ben 450. «Il bidello Benassi non riusciva a capire che cosa stesse accadendo. Potevo ferire gravemente lui o qualche studente. Ma in quel momento non ci pensavo, per me era solo un gioco», mi ha confessato.
Quarant’anni dopo, per una singolare nemesi, l’ho visto in Corte d’assise impegnato a difendere uno dei tre giovani imputati che, invece dei mortaretti, scaraventavano pietre sulle auto dal cavalcavia al chilometro 216+100 dell’autostrada A22, avendo cura di scegliere quelle più pesanti nella vicina cava Girelli. Non solo sassi: anche vasi di vetro pieni di merda, una volta due bombole del gas, un’altra volta un cartello stradale. Finché una notte scagliarono un macigno di 16 chili, s’udì un botto terrificante, qualcuno gridò «Bingooo!»: il gioco era finito.
Perciò non date retta a quelli che parlano male di Verona. Non sanno neppure che cosa stanno dicendo e scrivendo. Io almeno avevo l’attenuante di conoscere i fatti. Ma ci ho messo vent’anni per capire che un’unica equazione li accomuna: benessere uguale malessere. Se Giulietta non abita più qui, qualcuno mi indichi dov’è che potrebbe trovar casa, oggi.
Stefano Lorenzetto
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