Il corvo che fa l’aquila diventa schiavo e per la iena «trans» sono dolori

Ecco un’antologia di insegnamenti morali da Favole, apologhi e bestiari.

Mancando a la cicala che mangiare/ di verno, chiese del grano in prestanza/ a la formica, che n’avea abondanza./ Ella rispuose: «io non te lo vo’ dare;/ ché tu intendevi sempremai a cantare,/ per gli àlbori menando il culo a danza,/ nel tempo caldo, che ciascuno avanza/ per potersi nel freddo riposare./ Non faccìan così noi, ma più fiate/ portiamo a rischio carica la spalla,/ e molte son di noï scalpitate./ Ond’io ti dico che ’l pensier ti falla:/ avéssine pensato ne la state;/ ch’i’ ’l vo’ per me; e s’tu hai cantato, or balla.
Antonio Pucci
(1310-1388)

Liber, in quo omnis ars libraria esset perscripta, opem petebat ne a sorice abroderetur. Irrisit sorex. (Il libro su cui fu vergata l’intera scienza libraria invocava soccorso per non essere roso dal topo. Il topo se la rise.
(1404-1472)

Andandosi la volpe un giorno a spasso/ tutta affamata, sanza trovar nulla,/ un gallo vide, in su ’n arbor, grasso,/ e cominciò a parer buona fanciulla/ e pregar quel che si faccia più basso,/ ché molto del suo canto si trastulla./ Il gallo sempliciotto in basso scende./ Allor la volpe altra malizia prende,/ e dice: «E’ par che tu sia così fioco;/ io vo’ insegnarti cantar meglio assai:/ questo è che tu chiudessi gli occhi un poco:/ vedrai che buona voce tu farai»./ Al gallo parve che fussi un bel giuoco./ «Gran mercé» disse «che insegnato m’hai»;/ e chiuse gli occhi e cominciò a cantare/ perché la volpe lo stessi ascoltare./ Cantando questo semplice animale/ con gli occhi chiusi, come i matti fanno,/ la volpe, come falsa e micidiale/ tosto lo prese sotto questo inganno,/ e dové poi mangiarsi sanza sale./ Così interviene a que’ che poco sanno.
Luigi Pulci
(1432-1484)
Fu già nelle selve della Mauritania Cesariense un forte e ardito lione, il qual giorno e notte non restava di far preda delle più ardite e delle più veloci fiere che ritruovar si potessero. Or ponendo questo animale ogni suo studio in operar virtuosamente, un sciocco filosofante parigino gli disse: «Deh, lione mio, come m’incresce che indarno tanto t’affatichi, poiché quel lione, che si dovea riporre in cielo per celeste segno, già è stato riposto, né altro luogo vi rimane». A costui rispose il lione e disse: «Né per questo rimarrò io d’operare con virtù, e assai mi fia l’aver meritato cotal grado, benché altri di me più avventuroso già l’abbia occupato».
Ortensio Lando
(1508/1512-1553/1555)

L’aquila vigorosa, dall’alta pendice piombando sopra ’l dosso di un agnello, il rapì. Il corbo invidioso, pensandosi poterne fare altretanto, volò anch’egli su ’l dosso di un altro agnello e ivi restò sì bene intricato nella lana, che fu preso dal contadino e dato per trastullo a’ bambini.

Allegoria. Chi non misura le proprie forze s’inganna, presumendo potere ciò che altri possono.
Emanuele Tesauro
(1592-1675)

Prese il leone in certa malattia/ da diversi animali i cibi in presto;/ nulla rendea guarito, e poi che udìa/ che coloro mal paghi eran di questo,/ chiama il lupo a consiglio e vuol che dia/ un compenso agli affari equo ed onesto./ Il lupo per quietar tutti i clamori/ divorò ad uno ad uno i creditori.
Giovanni Gherardo de Rossi
(1754-1827)

Que’ che più vedi punti da’ critici/ sono i più degni fra gli scrittori:/ come tra i frutti que’ che si beccano/ più dagli uccelli, sono i migliori.
Luigi Carrer (1801-1850)

Un cavallo se ne stava solo in un prato; viene il cervo a guastargli il suo pascolo. Il cavallo, per volerlo punire, chiama l’uomo in soccorso. E quegli: Sì, purché tu t’adatti al freno, e ch’io, armato, ti monti. Il cavallo acconsentì; l’altro gli montò sopra: e così invece di vendicarsi del cervo, e’ rimase schiavo dell’uomo.
Niccolò Tommaseo
(1802-1874)
Un tonno innamorato/ lesse i Promessi Sposi/ e tutto riscaldato/ da sensi religiosi,/ andò pianin pianino/ a farsi cappuccino./ MORALE/ Fai bene se t’astieni/ dal legger libri osceni.
Olindo Guerrini
(1845-19169)

Era una gatta, assai trita, e non era/ d’alcuno, e, vecchia, aveva un suo gattino./ Ora, una notte, (su per il camino/ s’ingolfava e rombava la bufera)/ trassemi all’uscio il suon d’una preghiera,/ e lei vidi e il suo figlio a lei vicino./ Mi spinse ella, in un dolce atto, il meschino/ tra’ piedi; e sparve nella notte nera./ Che nera notte, piena di dolore!/ Pianti e singulti e risa pazze e tetri/ urli portava dai deserti il vento./ E la pioggia cadea, vasto fragore,/ sferzando i muri e scoppiettando ai vetri./ Facea le fusa il piccolo, contento.
Giovanni Pascoli
(1855-1912)

Una formica muore e morendo pensa: «Il mondo muore».
Italo Svevo
(1861-1928)


Ci si sta così bene a piangere con la faccia su l’erba fresca, che arriva fino all’anima! L’allodola! Piglia la mia anima!
Federigo Tozzi
(1883-1920)

Pare che le iene ogni anno cambino sesso; un anno maschi, e l’altro femmine. Una iena maschio una volta si presentò a una iena femmina e la richiese di un certo servizio contro natura. E quella: «Bada! oggi a me e domani a te!».
Pietro Pancrazi
(1893-1952)

Sopravvissuto agli altri del prato, un grillo raccolse, di sera, lo stremo delle forze per cantar l’ultima volta. Una ragazza innamorata, colpita dal solitario canto, disse: «Egli sa bene esprimere quel ch’io provo in cuore».
Nicola Lisi
(1893-1975)