«Così abbiamo sconfitto i brigatisti»

Il vicecapo della polizia e il direttore del Sisde spiegano come lo Stato ha neutralizzato il nuovo partito armato

L’indagine è fantasia, intuizione, capacità d’analisi, tenacia. Non si insegna. È un’arte che si impara «facendo», camminando nel fango, fuggendo i preconcetti. Se l’impegno è assoluto, senza orario, gonfio d’insonnia e adrenalina, non è automatica la soluzione del caso: puoi vincere o perdere anche perché la fortuna sorride in egual misura alle guardie e ai ladri. Ma una cosa è certa: quando dietro c’è un’indagine come si deve, il risultato arriva. Ne sono convintissimi due dei migliori investigatori in circolazione, Antonio Manganelli, vice capo della polizia, e Franco Gabrielli, direttore del Sisde, autori del bel libro «Investigare, manuale pratico delle tecniche d’indagine» (Cedam editore). Un viaggio affascinante tra i segreti delle tante materie criminali da cui estraiamo il capitolo dedicato alle Brigate rosse che con Manganelli e Gabrielli sono state colpite dopo D’Antona e Biagi, annientate sul nascere dieci giorni fa.
Per capire e neutralizzarle il partito armato, nel libro come nelle indagini reali, i due superpoliziotti hanno ripercorso la genesi della stella a cinque punte, seguendo la mutazione attraverso le «ritirate strategiche» e gli inabissamenti tattici. Si è passati poi al monitoraggio degli «irregolari», dei fiancheggiatori sospetti, delle tante sigle della galassia eversiva, soffermandosi sulla scissione del 1986 tra la Prima Posizione «militarista» delle Br-Pcc (omicidio Conti e Ruffilli) e la Seconda Posizione «movimentista» delle Br-Ucc (gambizzazione Da Empoli, omicidio Giorgieri). Dopodiché ci si è immersi nella testa e nei pensieri di questi nostalgici rivoluzionari e si è cominciato a scavare.
«L’omicidio D’Antona fu un bruttissimo risveglio», ammettono Manganelli e Gabrielli: «La stessa firma, la medesima liturgia, nulla sembrava mutato. Eppure molte cose erano cambiate dagli anni di piombo». Sin dalla lettura della rivendicazione, però, «si comprese che ci trovavamo difronte non già a una terrificante riedizione del passato ma al tentativo velleitario e avventuristico di un gruppo di persone fuori dal tempo». Un cenacolo di disperati: pochi elementi chiusi in un delirio autoreferenziale, che s’inventarono un mucchio di sigle (Nipr, Npr, Npc) per dare l’idea di un vasto fronte, in realtà inesistente. Ma chi erano questi epigoni del brigatismo nostrano? «Si caratterizzavano per la scarsità di armi e munizioni, impreparazione pressoché totale del maneggio delle stesse, avevano il cruccio dei mezzi finanziari necessari a mantenere i latitanti Galesi e Lioce». Gente non all’altezza del grande salto, seppur ben compartimentata. Dall’altra parte invece, le forze dell’ordine erano un po’ spiazzate dal ritorno delle bierre ma motivatissime a guadagnare il tempo perduto attraverso le nuove tecnologie e i vecchi metodi caduti in disuso. Il resto è venuto a catena. Prima un cellulare, poi un nome, alla fine covi, armi, confessioni. Ma per chiudere definitivamente il cerchio sul partito della stella a cinque punte c’è voluto lo studio approfondito della tanta documentazione sequestrata. Come, ad esempio, il file attosta-163 trovato al terrorista Roberto Morandi «sul mantenimento della segretezza dell’appartenenza alle Br». Clandestinità e compartimentazione sono le condizioni base per sopravvivere. Per questo nell’organizzazione vigono regole ferree, quasi maniacali, che non sempre vengono rispettate «perché anche i terroristi sono alla fine uomini e come tali fallaci». Su questi errori, sui punti deboli, l’investigatore si butta a pesce solo dopo aver imparato a ragionare come ragiona il suo nemico. E allora dal file 557-manual di Cinzia Banelli ecco le istruzioni sull’uso del telefono («spegnerlo quando ci si sposta, non utilizzare il proprio numero noto agli amici per contattare l’organizzazione», etc); dal palmare della Lioce arriva la conferma delle chiamate in simultanea dei brigatisti, su numeri sicuri, con cinque sim card; categoriche sono le regole per gli appuntamenti e le tecniche per verificare se il militante è pedinato («non bisogna voltarsi, né fermarsi alle vetrine ma camminare con un passo medio-lento. Il pedinato, qualora lo sia, non dovrà dare la sensazione di essersene accorto...»). In un file della militante Blefari Melazzi si descrivono i «mezzi di riconoscimento» tra compagni e il consiglio a portare sempre una copia del Giornale o della Stampa. «I quotidiani come segno di riconoscimento - precisano gli autori - appartengono da sempre alla storia del brigatismo nazionale. Si noti la scelta delle testate che certamente non possono definirsi contigue, neanche per pregressa tradizione, al movimento rivoluzionario!». Ogni altro dettaglio, compresa la raccomandazione a non viaggiare mai insieme (Gaesi e Lioce sul treno insegnano, al pari di Morandini e Boccaccini sorpresi in auto dai carabinieri) può essere fondamentale per l’investigatore. Il resto, tassello dopo tassello, viene da sé. Il lavoro da sbirro paga sempre, parola di Antonio Manganelli e Franco Gabrielli.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it