Così all’ombra della fede

Un’immersione quotidiana in un oceano di sigle e simboli, tra volantini inneggianti alla morte degli infedeli e schede tecniche per la costruzione di bombe: è il lavoro quotidiano delle forze dell’ordine contro il terrorismo di matrice islamica; alla ricerca, fra gli invasati, di quelli che costituiscono una minaccia concreta. Un parametro fisso nei verbali dell’antiterrorismo: le moschee. Sono spesso i luoghi di culto, come unica isola di rappresentanza «concreta» dell’eversione islamica, a finire coinvolte nelle indagini. L’equazione moschea uguale terrorismo è assurda. Ma che la quasi totalità delle indagini contro i gruppi armati abbia lambito o centrato in pieno i centri islamici è innegabile.
Viale Jenner. Verso la fine degli anni ’80 era solo un tratto della circonvallazione di Milano. Oggi questo stradone è sinonimo di radicalismo, crocevia metropolitano delle inchieste più importanti. Qui l’imam Abu Imad operava il «lavaggio del cervello» ai suoi fedeli, che poi smistava tra i vari «campi di addestramento militare afghano-pachistani». Per questo è stato condannato a 3 anni e 8 mesi. Tra le finalità del suo gruppo salafita anche «la disponibilità ad azioni suicide in Italia e all’estero». Ma benché sia la più famosa, quella di viale Jenner è solo una delle moschee dell’odio lombarde. Il filo rosso della jihad che parte dai frequentatori della moschea del fu imam Imad tocca, dipanandosi attraverso tutta la regione, la moschea di Segrate, sott’occhio per le prediche al vetriolo di Ali Abu Shawiuma - quello che nel 2007 assicurava che «l’Italia sarà convertita all’Islam entro dieci anni» - e quella di Varese, nella quale predica l’imam Abdelmajid Zergout, inquisito e assolto per terrorismo dopo che il suo predecessore, tale Abopu Ayoub, fu espulso dall’Italia per motivazioni analoghe. A Brescia, stando al rapporto consegnato al Parlamento dai servizi di intelligence, si teme che dopo la condanna dell’imam Kamel Hamroudi altri suoi quattro colleghi ne raccolgano la missione; stessa situazione a Como, dove si monitora l’attività dei seguaci di Ben Mohamed, imam allontanato dal Paese nel 2004.
Contraltare della Lombardia, il Piemonte. Il nove gennaio scorso l’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato espulse per motivi di sicurezza Mohamed Kohaila, imam noto per la sua «interpretazione estrema di anti-occidentalità». Cioè predicava l’odio e l’assassinio degli infedeli. Quello di Kohaila, riaccompagnato in Marocco, fu il terzo allontanamento di imam da Torino e provincia dopo quello di Bouriki Bouchta, nel settembre 2005, e di Abdul Qadir Fadallah Mamour (imam di Carmagnola), espulso due anni prima. Guardando verso est, sulle orme dell’imam della mosche di Verona Wagdy Ghoneim - autore di massime come «governate le donne come le pecore perché stupide come le bestie» - e dei suoi omologhi di Vicenza e Motta di Livenza, dove la Digos lavora a presunti collegamenti con gruppi terroristici salafiti. Scendendo a sud tappa obbligata nel viaggio dell’eversione della mezzaluna Perugia, dove il 19 settembre scorso si è aperto il processo a carico dell’ex imam della moschea di Ponte Felcino, il marocchino Mostapha El Korchi, e dei suoi connazionali Mohamed El Jari e Driss Safika, arrestati nel luglio dell’anno scorso dalla Digos di Perugia e accusati di avere svolto attività di addestramento al terrorismo di matrice islamica.