Così le aziende di Stato finanziavano il Pci

Carrozzoni pubblici come Enel e Iri divennero una riserva economica che garantì un fiume di miliardi anche a tutto l’arco costituzionale

Massimo Teodori

All’inizio degli anni Ottanta si interruppero i finanziamenti ufficiali sovietici in contante al Pci anche se il denaro di Mosca continuò ad arrivare ad alcune correnti del partito e a sorreggere altre iniziative come, ad esempio, il giornale romano Paese sera. Il partito di Berlinguer, che ancora per tutti gli anni Ottanta conservava una struttura pesante fatta di abbondante personale, di sedi sparse su tutto il territorio e di attività editoriali e giornalistiche assai costose dovette provvedere altrimenti. Ed è proprio a questo periodo che risalgono i finanziamenti sistematici a Botteghe oscure che provenivano da alcuni enti di Stato dove il Pci aveva inserito i propri consiglieri di amministrazione. Si trattò di un vero e proprio sistema tangentizio che tuttavia fu scarsamente individuato dalle inchieste giudiziarie di Mani pulite per un doppio ordine di ragioni: per la maggiore abilità dei negoziatori comunisti, e per la minore mano pesante dei giudici.
Riserve finanziarie
Quando i lavori pubblici si combinano con un ente pubblico quale l’Enel, destinato a fungere da riserva finanziaria politica, le tangenti diventano dell’ordine di migliaia di miliardi distribuiti negli anni Ottanta a tutto l’arco costituzionale. Il pm Paolo Ielo al processo dell’Enel «usata per foraggiare i partiti, Pci incluso», sostenne che «ciascun consigliere d’amministrazione (Dc, Pci, Psi) trovava il proprio comodo sistemando amici, imprese amiche, aziende amiche di politici e di partito, secondo una regola della tendenziale equa ripartizione delle risorse mentre gli oneri erano a carico dello Stato... Una delle funzioni illegali dei consiglieri d’amministrazione era proprio quella di recuperare ingenti finanziamenti per i partiti». Al vertice delle partecipazioni statali le cose non andavano meglio, anzi. Ormai non c’è alcun dubbio che i fondi neri Iri abbiano rappresentato l’altra grande riserva del furto di Stato con la supervisione di rinomati boiardi e di consiglieri d’amministrazione di nomina politica pronti a chiudere un occhio. Il caso dell’Iri e delle sue collegate, Italscai, Italstrade, Scai e Italstat, che nel 1983 risultavano avere occultato 243 miliardi di lire (600 mld del 1999), residuo di precedenti movimentazioni di denaro iniziate con un deposito del 1964 di 400 miliardi, è tuttavia singolare per un duplice ordine di ragioni. Perché è la spia che il vertice delle partecipazioni statali ha gestito per oltre vent’anni un ingente fondo nero senza che mai nessuno, a livello manageriale o politico, abbia detto una sola parola; e perché, nonostante le accurate inchieste giudiziarie, non è stato possibile rintracciare la destinazione finale della quota più importante dei fondi né di quelle minori finite in mano a persone, giornali e associazioni varie.
Lo scandalo Iri
È probabile che la verità sul caso Iri riguardi un tesoro in nero destinato istituzionalmente al finanziamento illegale di partiti, correnti e uomini politici, certamente di governo ma forse anche di alcuni settori dell’opposizione. Non è un caso che intorno a esso abbiano steso una cortina di silenzio i più importanti dirigenti e collaboratori dell’Istituto, da Giuseppe Petrilli, rinviato a giudizio per appropriazione indebita pluriaggravata a Ettore Bernabei, prosciolto per amnistia, da Enrico Cuccia a Enrico Cingano, responsabili in alcuni momenti della movimentazione del fondo, fino a Romano Prodi, che da presidente dell’Istituto tacque quando lo scandalo scoppiò, la magistratura si attivò e il Parlamento tentò di indagare. Sul silenzio di Prodi è significativa la testimonianza resa da Franco Nobili, suo predecessore alla seconda presidenza dell’Iri e condannato per tangenti: «Sono certo che Prodi non sapesse nulla. Non voglio gettare ombre di responsabilità su di lui. Però non capisco perché in galera sono finito io... Lui non aveva bisogno di essere innocente, era della sinistra Dc». E adesso sta con Di Pietro. Ma guarda che combinazione.
Il compagno «G»
(...) I consigli di amministrazione dei grandi enti pubblici, composti dai rappresentanti dei partiti incluso il Pci, divengono la sede in cui si pianifica la distribuzione dei fondi neri. I beneficiari delle tangenti non sono più soltanto i partiti tradizionalmente implicati nel sottogoverno, la Dc e il Psi, ma anche il Pci, che utilizza sistemi più sofisticati di finanziamento illegale con il ricorso a prestanome quale «il compagno G», Primo Greganti, e alle cooperative destinatarie di quote rilevanti di appalti. La regia di operazioni illegali di questo tipo è affidata a manager di alto livello capaci di muoversi politicamente con disinvoltura a destra, centro e sinistra, e di frequentare le alte sfere dello Stato; la movimentazione della finanza occulta resta nelle mani di professionisti come Francesco Pacini Battaglia, che nulla hanno da invidiare per capacità manovriera ai Licio Gelli.
(3. Continua)