Così Berlusconi per 5 anni ha diretto l’orchestra-Italia

Paolo Armaroli

Silvio Berlusconi ha confessato che da bambino sognava di diventare direttore d’orchestra. Ora, non è vero che tutti i sogni muoiono all’alba. A volte si realizzano. Basta crederci. Non a caso si dice che volere è potere. E Berlusconi, diavolo d’un uomo, questo sogno lo ha realizzato. Per ben due volte: da imprenditore di successo che dal nulla ha creato un impero e da presidente del Consiglio. Tuttavia la differenza tra l’uno e l’altro ruolo salta agli occhi.
Come imprenditore, Berlusconi si è immedesimato nella parte di direttore d’orchestra come meglio non si potrebbe. Per forza, direte. Ha potuto scegliersi gli orchestrali a piacimento, licenziarli qualora facessero stecca nel coro e - è il caso di dirlo - comandarli a bacchetta. Se in tanti anni della sua prima vita gli ha arriso il successo, è perché ha avuto la mano felice. Buon conoscitore d’uomini, si è circondato di gente di prim’ordine che ha motivato a dovere: sul campo dovevano guadagnarsi il bastone di maresciallo. Da dodici anni, si sa, Berlusconi ha cambiato vita. Ha dismesso i panni di imprenditore per indossare quelli della personalità politica.
Per essere un novellino, ci ha saputo fare. Se oggi calca la scena il bipolarismo, lo si deve essenzialmente a lui, che sfidando - Davide contro Golia - la gioiosa macchina da guerra di Occhetto ha relegato in soffitta la democrazia bloccata. Ma come direttore d’orchestra ha dovuto fare sforzi sovrumani. Per cominciare, gli orchestrali non sono stati mai per intero farina del suo sacco. Nei governi di coalizione, come i nostri, il premier deve fare i conti con i partiti alleati. Perciò non sempre è possibile scegliere il meglio ma ci si deve adattare al meno peggio. E poi spesso e volentieri i presidenti della Repubblica hanno preteso di metterci lo zampino. Tanto per non fare nomi, Cossiga nell’aprile del 1991 pretese di imbarcare nel VII governo Andreotti come ministro per le Riforme istituzionali Martinazzoli e come suo sottosegretario D’Onofrio. Mentre Saragat era solito imporre all’incaricato di turno di formare governi nell’ambito del centrosinistra. Per non parlare di Scalfaro.
Nonostante questi condizionamenti, Berlusconi è riuscito a battere con il suo secondo ministero il record di longevità politica e a governare per l’intera legislatura. Una condizione, questa, necessaria per il buon governo. In precedenza i gabinetti duravano mediamente appena undici mesi. E in un lasso di tempo così angusto neppure un Cavour redivivo potrebbe fare miracoli. Certo, ora l’istituzione governo non è più la cenerentola d’Europa. Come lamentava Spadolini ai tempi suoi. Il voto segreto nelle Camere è una trascurabile eccezione e il contingentamento dei tempi permette quasi sempre di non sforare il calendario parlamentare. Dal 1988 è poi in vigore la legge sull’ordinamento della presidenza del Consiglio che ha rafforzato i poteri del premier. Insomma, sono lontani i tempi in cui Andreotti sosteneva che è meglio tirare a campare che tirare le cuoia. Tanto è vero che nel corso di questa legislatura il governo - nonostante le difficoltà economiche, il terrorismo internazionale e una opposizione che astutamente tiene in agitazione il Paese - è riuscito nel miracolo di realizzare quasi per intero il proprio indirizzo politico.
Se a giugno il referendum popolare confermerà la riforma costituzionale, il nostro primo ministro avrà poteri non molto dissimili da quelli dei suoi colleghi di Gran Bretagna e Germania. Ma allora non si capisce perché Prodi continui a dire di no. Non avendo un proprio esercito, per non recitare la parte del re Travicello dovrà appellarsi in caso di vittoria alla forza del diritto. Mentre Berlusconi, che ha alle spalle un proprio partito, all’occorrenza - beato lui - potrà contare anche sul diritto della forza dei numeri. Che in democrazia assegnano la palma della vittoria
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