Così Bin Laden punta a spaccare il governo Hamas

Massimo Introvigne

Bin Laden può essere accusato di molte cose, ma non di mancare di fiuto politico. Sa benissimo che il suo pubblico appoggio ad Hamas è un formidabile assist a Israele e a quanti nel mondo sostengono che il nuovo governo palestinese è una banda di terroristi con cui ogni trattativa è impossibile. Bin Laden sa anche che da mesi Hamas ha dichiarato Al Qaida un’organizzazione non islamica, in pratica «scomunicandola», e che autorevoli esponenti di Al Qaida hanno fatto lo stesso, con dovizia di argomentazioni teologiche, con Hamas. Perché, dunque, Bin Laden ha parlato?
Il capo di Al Qaida conosce bene Hamas, che non è una realtà monolitica. Come in Italia, nell’Unione di Prodi, forze che la pensano diversamente quasi su tutto hanno trovato un’unità elettorale contro il nemico Berlusconi, così in Palestina Hamas ha vinto le elezioni tenendo insieme espressioni dell'islam politico molto diverse fra loro, unite soltanto dall’avversione al presidente Abu Mazen, considerato laicista, corrotto o addirittura convertito in segreto alla fede Baha’i (una rispettabile religione nata in Iran nel XIX secolo che però per l’islam è sinonimo di eresia).
L'area fondamentalista in Palestina è spaccata in due tronconi principali. Il primo fa capo a Khaled Mashaal, formalmente leader politico di Hamas ma informalmente criticato da molti. È l’area che si è avvicinata sempre di più al presidente iraniano Ahmadinejad e che oggi guarda a Teheran non solo per i finanziamenti ma anche per la linea politica. Questa scelta pone numerosi problemi presso gli elettori di Hamas in Palestina, che sono quasi tutti sunniti allevati o nell’ideologia dei Fratelli Musulmani o nelle nuove moschee finanziate dall’Arabia Saudita, per cui gli sciiti iraniani sono nel migliore dei casi sospetti e nel peggiore eretici non musulmani. Inoltre, l’islam politico palestinese ha sempre preso aiuti da tutti ma difeso fieramente la sua indipendenza: ieri dai sauditi, oggi dal neo-khomeinismo apocalittico che candida Ahmadinejad a una leadership islamica globale.
Gli oppositori di Mashaal non mancano nel governo costituito da Hamas (per non parlare del suo elettorato), anche se mantengono un profilo basso per non perdere gli aiuti economici di Teheran di cui l’esecutivo palestinese ha bisogno come un disperso nel deserto dell'acqua. Bin Laden non ha mai avuto ritrosie a collaborare con gli sciiti iraniani, a costo di suscitare i malumori della più intransigente «seconda generazione di Al Qaida» di Zarqawi, il cui rapporto con gli sciiti in Irak consiste soprattutto nell’ammazzarne il maggior numero possibile. Oggi scende in campo per rafforzare Mashaal e mettere in imbarazzo i suoi oppositori nei Territori.
Non fare il gioco di Bin Laden significa non considerare Mashaal la sola voce del governo di Hamas e dei suoi elettori, né puntare tutte le carte - come fa la Francia - sull’impopolarissimo Abu Mazen, così odiato che ogni sua presa di posizione ricompatta i fondamentalisti. Negando gli aiuti economici e insieme lavorando attraverso una diplomazia discreta l’Europa, che mantiene molti contatti in Palestina, dovrebbe piuttosto aiutare gli Stati Uniti nel progetto di separare l’islam politico palestinese da Mashaal e dall’Iran, in vista di una ricomposizione dell’area islamica in Palestina che, eventualmente superando la stessa sigla Hamas, permetta di rispettare insieme le indicazioni degli elettori dei Territori e quelle di una comunità internazionale che non può più tollerare il terrorismo.