Così il bipolarismo all’italiana ha partorito sessanta partitini

Altro che semplificazione, da destra a sinistra è un continuo
proliferare di simboli e nuove sigle: 187 in tutto quelli presentati
alle ultime Politiche. Alleanza di Centro di Pionati e Movimento per l'Italia della Santachè ultimissime creature

Roma C’era una svolta... Inizia così la favola italiana dove non c’è giorno senza che nasca un nuovo partito. L’ultimo vagito è quello di Pionati, ex voce del Tg1, ex portavoce di Casini, ora in procinto di far cantare la sua «Alleanza di centro» assieme a Berlusconi. «L’Udc va troppo a sinistra e io proprio non ci sto» e via a sbattere la porta per aprirne un’altra e unirsi al coro della maggioranza. Svolta a destra. Una manciata di ore prima era toccato alla Santanchè, fino a ieri a braccetto di Storace. Nella Destra non ci stava proprio più bene e tanti saluti, addio: «Me ne vado e fondo un mio partito, si chiamerà Movimento per l’Italia». Svolta al centro. Svolta di qua, svolta di là, uno va a sbattere o quanto meno perde la trebisonda. Sapere con certezza quanti siano i partiti in vita oggi è impresa titanica ma pare che il nuovo nato dalla costola udiccina sia il numero sessanta.
Si naviga verso il bipolarismo, anzi no, molto di più. Andiamo dritti verso il bipartitismo, o di qua o di là, o con il centrodestra o con il centrosinistra, ripetono ogni minuto nel Palazzo. Sarà. Solo che poi uno prende il Popolo delle libertà, contenitore dei moderati, e dentro ci trova i piccoli, quelli con le percentuali da prefisso telefonico o poco più, quelli che nella propria bandiera avvolgono uno, due, tre deputati o senatori. C’è la Democrazia cristiana per le autonomie di Rotondi, il nuovo Psi di Caldoro, Azione sociale di Mussolini, i Popolari liberali di Giovanardi, i riformatori liberali di Della Vedova, gli Italiani nel Mondo di De Gregorio. E ancora: i Repubblicani di Nucara, i Liberal democratici di Melchiorre, il Movimento per l’Autonomia di Lombardo. Affluenti, rivoli che portano acqua nel grande fiume del Pdl.
Uno si sposta al centro e la situazione non cambia: l’Udc non è mica solo l’Udc. Troppo semplice. Anche qui c’è il cespuglio o meglio la Rosa, quella che si chiamava Rosa Bianca ma poi subito dopo Rosa per l’Italia, quella di Tabacci e Pezzotta; quella che ha da poco perso per strada il «petalo» Baccini. E sempre a proposito di botanica, chi se la ricorda più la Rosa nel pugno? Esiste? Non esiste? Sbocciata con l’ambizione di tenere assieme socialisti, radicali e democratici italiani, è definitivamente appassita nell’aprile 2007 quando si trattava di entrare nel Pd per fare «un compromesso storico bonsai». Parole di Boselli versione «pollice verde». Ma un partito che entra nella tomba ci sta soltanto per poche ore e poi resuscita. Resuscita sempre. E infatti s’è ricomposto manco fosse un jeeg con i componenti De Michelis, Bobo Craxi, Angius, Spini, Formica, Turci, Intini nel partito socialista.
Scissioni, fusioni, coalizioni, federazioni. L’importante è esserci per poi spartirsi la torta milionaria dei rimborsi elettorali, a prescindere dal consenso ottenuto. Chissenefrega se gli elettori poi non ci capiscono più un acca. Butti un occhio a sinistra e ci trovi il Partito democratico, già slabbrato dalle correnti interne. Walter si porta appresso i Radicali italiani della Bonino e i Moderati per il Piemonte di Portas che però in molte circoscrizioni si sono presentati nella lista dei Grilli parlanti. Chiaro no? E pensare che per non sparire Rifondazione comunista (Ferrero), Partito dei Comunisti italiani (Diliberto), Federazione dei Verdi (Francescato) e Sinistra democratica (Fava) avevano pure fondato l’Arcobaleno per colorare il cielo della sinistra radicale e dar voce a tutte le anime dei duri e puri del pugno chiuso. Ma il pugno l’hanno preso in faccia alle ultime politiche: zero deputati, zero senatori. Così, restano in vita soltanto a Strasburgo, assieme ad altri partiti come quello della Destra di Storace, dei già citati Socialisti di Nencini o dei Pensionati di Fatuzzo.
«Bandiera rossa la trionferà», si ostinano a cantare invece una dozzina di partiti con falce e martello nel cuore e nel simbolo. Un guazzabuglio che raggruppa il Partito comunista dei lavoratori di Ferrando, il Partito comunista internazionalista di Ricci, il Partito marxista leninista di Scuderi, quelli di Sinistra critica di Turigliatto, i Radicali di sinistra di Cianci. «Eia eia alalà» rispondono i neri, ma non per caso, degli almeno otto movimenti di destra estrema, anch’essi lontani dal Parlamento ma vivi e vegeti nel Paese: c’è il Fronte sociale nazionale di Tilgher, il nuovo Msi di Saya, il Movimento Fascismo e libertà di Gariglio, il Movimento idea sociale di Rauti.
Un tripudio di partiti orfani della Balena bianca si rifanno invece alla vecchia Dc e giurano che «solo noi rappresentiamo il centro». Lo fanno i mastelliani dell’Udeur, i Democratici cristiani uniti di Mongiello, quelli della nuova Democrazia cristiana di Pizza, i Popolari uniti di Antonio Potenza. Qui lo scudocrociato è stato reclamato, strattonato, conteso persino in tribunale. Una volta Pizza, una volta Rotondi, una volta Sandri, una volta Casini e Buttiglione. Alla fine ha vinto il primo, la sentenza parla chiaro: nome e simbolo sono suoi. Risultato? Per la corsa alle ultime elezioni al Viminale si sono presentati 187 simboli. Tra questi, ben quattro scudicrociati. Chissà De Gasperi...