Così il Boss spiega con il rockla rabbia al tempo di Obama

Dopo l’euforia pro Barack, nei brani rispuntano delusione e citazioni religiose. E qualcuno dice: il nuovo singolo potrebbe diventare lo slogan dei conservatori

Un verso, giusto un verso di una canzone, e riecco il Boss di una volta, quello che unisce e divide allo stesso tempo. We take care of our own è il titolo del nuovo singolo che annuncia Wrecking ball, ossia il suo disco «più arrabbiato di sempre» (parola dell’Hollywood Reporter), e che è già ricaduto a pioggia su YouTube con una chitarra che la riconosci subito, una produzione decisamente migliore del piattume del pro Obama Working on a dream, e una tastiera che sa tanto di Glory days o Waitin on a sunny day. Buon segno. Poi le parole di un Bruce Springsteen più magro del solito, forse perché il cd in uscita il 6 marzo è decisivo per chi come lui è, ben più di Dylan e di molti altri, il cronista del nostro tempo. Da ogni svolta epocale ha tirato fuori il disco simbolo, da Darkness on the edge of town (memorabile e drammaticamente riassuntivo degli anni ’70 la dicotomia «La fabbrica ti toglie l’udito e ti dà la vita» di Factory) a Born in the Usa in piena «reaganomics» fino a The rising, l’unica vera opera musicale sull’11 settembre. Ascoltare quei brani significa sfogliare la nostra vita.
Anche oggi.
Letteralmente «We take care of our own» significa «noi ci prendiamo cura dei nostri cari e delle nostre cose» ed è una delle linee guida del conservatorismo compassionevole di inizio anni Duemila. Ma volgarmente viene usato per dire che «noi ci facciamo i fatti nostri». Adesso, ovvio, ognuno traduce come gli pare, a seconda che consideri Springsteen un «marxista lirico alla John Ford» e quindi critico verso il cinismo capitalista oppure un lucidissimo reporter così inevitabilmente up to date da accettare che le ideologie sono finite. Tanto più che nel brano gioca sulla somiglianza tra le parole Calvary e cavalry, cioè tra il Calvario e lo slang per indicare il Settimo Cavalleggeri del colonnello Custer macellato da Sioux e Cheyenne di Toro Seduto. E che il verso «Dov’è l’amore che non mi ha abbandonato» richiama evidentemente il Nuovo Testamento. «Sarà un disco rock che sposerà le sue sonorità tipiche al folk delle Seeger sessions e ad atmosfere più nuove. I testi? Parleranno di sociale», ha detto il suo manager Jon Landau. I più informati garantiscono che qui e là spuntino campionamenti, tracce di hip hop e addirittura effetti che riportano agli anni Ottanta (gli «handclaps»: rendono il suono della batteria come un battimani). Di sicuro, Wrecking ball avrà coordinate musicali meno precise del solito: e correrà sui binari dei testi, più che altro. In fondo, la E Street Band che si è ritrovata in studio è praticamente un’altra: Danny Federici e Clarence Clemons se ne sono volati via. E gli ospiti, dal chitarrista guerrillero Tom Morello dei Rage Against The Machine all’ex batterista dei Pearl Jam Matt Chamberlain, parlano chiaro: rabbia, più rabbia. Occupy Wall Street e Zuccotti Park c’entrano poco: qui ci sarà la rabbia ragionevole dell’uomo maturo. E chissà dal vivo: il tour, grazie all’instancabile Claudio Trotta di Barley Arts, passerà a San Siro il 7 giugno, il 10 al Franchi di Firenze e l’11 al Nereo Rocco di Trieste). E pazienza se tutti i brani sono nuovi ma non tutti sono inediti. Land of hope and dreams (favoloso riff di chitarra), mai registrata finora, è stata l’apertura del tour tra il ’99 e il Duemila. American land era nel tour 2006 di We shall overcome: the Seeger sessions. E Wrecking ball è stata pubblicata solo su vinile per i concerti in onore del Giants Stadium alla viglia della demolizione. Ma sono parte del discorso, e quindi va bene così. Specialmente ora che, come si coglie in We take of our own, Bruce Springsteen si sente come un nuovo Woody Guthrie che va «dalle baracche di periferia fino al Superdome» ben sapendo che sulla strada incontrerà solo punti interrogativi. Neanche odio. Solo domande. E le più drammatiche per giunta.