Così Bossi vuol dare scacco in quattro mosse

Il Senatùr ordina ai suoi uomini: «Giocare duro ma senza esagerare»

Adalberto Signore

da Roma

Quella iniziata a via Bellerio da qualche settimana a questa parte è una partita a scacchi che finirà solo pochi mesi prima delle elezioni politiche. Una sfida fatta di lunghi tatticismi e pure di qualche sgambetto, dove non sempre le mosse possono essere previste con troppo anticipo. Neanche le proprie.
Ed è proprio per questa ragione che Umberto Bossi ha dato mandato ai suoi di «giocare duro su tutti i fronti», ma senza esagerare perché «la situazione è ancora troppo fluida e bisogna capire dove si va a finire». Così, i toni si sono improvvisamente alzati, dopo che per mesi la Lega aveva assistito in silenzio alle continue accelerazioni di Marco Follini e dell’Udc, tanto da far quasi dimenticare i suoi accenti più duri. Un cambio di marcia - spiega un dirigente del Carroccio - che «prelude a un più deciso smarcamento che avverrà in piena campagna elettorale». Ma che non è dovuto solo a questo. Sul piatto, infatti, pesano come macigni sia la devoluzione (che per essere approvata ha bisogno ancora di un ultimo passaggio alle Camere) che la riforma della legge elettorale. E negli ultimi giorni si sono aggiunte pure la querelle in Lombardia (che ha radici antiche ma è esplosa davvero lunedì scorso) e il brusco stop in Consiglio dei ministri alla riforma della previdenza integrativa (che ha fatto infuriare non solo Roberto Maroni, ma tutto lo stato maggiore leghista).
È quasi superfluo ripetere che il Carroccio considera la devoluzione la ragione sociale della sua permanenza nella Casa delle libertà. E quindi, un attimo dopo che la Camera o il Senato non dovessero approvarla, la Lega sarebbe fuori dal governo e dalla maggioranza, con la quale, probabilmente, non si ricompatterebbe neanche per le elezioni del 2006. Diverso il discorso sulla legge elettorale, una riforma che a via Bellerio non vuole nessuno. Non a caso, tutti si affrettano a ribadire che «non ha mai fatto parte del programma della Cdl». La Lega, però, sa bene che in questo momento non è nella posizione adatta per far saltare l’accordo con cui Silvio Berlusconi è riuscito a chiudere (almeno per ora) il caso Follini. Alla Camera, dunque, si voterà (anche perché dopo c’è la devoluzione), al Senato chi lo sa (a Palazzo Madama il calendario è ribaltato, quando si discuterà del proporzionale il federalismo sarà già legge). Per il momento sono allo studio diverse ipotesi alternative, anche se la speranza è che a rovesciare il tavolo ci pensi qualcun altro. C’è poi il caso Lombardia, perché il braccio di ferro tra il governatore Roberto Formigoni e l’assessore alla Sanità Alessandro Cè (privato delle deleghe) covava da agosto ma è esploso con tutta la sua forza quando la Lega ha proposto il nome di Maroni come suo sostituto alla guida di un superassessorato Sanità-Lavoro-Famiglia. Cosa che Formigoni, ovviamente, non potrà mai accettare. Come dice Bossi, però, «ora dobbiamo sentire cosa vuole la controparte perché in politica bisogna trattare». Insomma, appare evidente che l’ipotesi Maroni è poco praticabile nonostante il Senatùr ribadisca che «resta in piedi». Il problema, infatti, non è tanto il governo della Lombardia, quanto quello nazionale che a poche settimane dall’addio di Siniscalco si troverebbe a dover rimpiazzare anche il ministro del Welfare. Qualche spiraglio potrebbe aprirsi oggi, quando Bossi e Berlusconi («la bacchetta magica per indirizzare il presidente della Regione», lo definisce il Senatùr) si incontreranno per un faccia a faccia. «Mettiamoci seduti - dice Bossi - e troveremo una via d’uscita, ci sono i margini per farlo». Infine la questione Tfr, scoppiata quando il Consiglio dei ministri ha fatto marcia indietro lasciando Maroni e la sua riforma all’angolo. Il titolare del Welfare ha già minacciato le dimissioni, il ministro Roberto Calderoli e il sottosegretario Roberto Cota hanno fatto sapere di essere pronti a seguirlo. La Lega, insomma, sta facendo quadrato, perché non può concedere una simile vittoria alla lobby delle assicurazioni, ma pure perché è stufa di lasciar correre («è tutta l’estate che stiamo buoni», dice un dirigente lombardo).
La partita, dunque, è complessa. E, soprattutto, «ci sono ancora troppe cose in movimento». Portata a casa la devoluzione, dunque, la Lega si occuperà di come respingere l’assalto del premier sul proporzionale. La speranza a via Bellerio è che «con tutte le incognite che ci sono» (leadership, la questione del ticket, ecc.) il tavolo salti prima. Altrimenti esistono strade alternative che Bossi sta già studiando con l’aiuto di Giancarlo Giorgetti e dello stesso Calderoli (una è quella di un emendamento al testo che arriva al Senato, così da farlo tornare alla Camera). La verità, però, è che tutte le mosse sono ancora possibili e dipendono anche da come si muoveranno sulla scacchiera le pedine di Forza Italia, An e Udc. Con un occhio ai sondaggi, che una settimana fa davano la Lega al 5,8% su scala nazionale (confermando le roccaforti di Lombardia e Veneto, ma pure un ottimo trend in Piemonte). «Se la partita con l’Unione fosse persa in partenza - dice più d’uno - il sodalizio con Berlusconi potrebbe anche finire. Da soli, si sa, portiamo a casa molti più voti».