Così la camorra voleva colpire al cuore lo Stato

Secondo i nostri 007, il clan aveva deciso di alzare il tiro. Un
collaboratore rivela: "C’era un piano per uccidere i giudici del
processo Spartacus". Nel mirino dei sicari magistrati, scorte e pentiti. E ora è caccia aperta ai 12 superlatitanti

Caserta - Chiamateli «scissionisti», «cani sciolti», «schegge impazzite», «eredi Bidognetti», dal nome del vecchio capoclan, storico alleato del Padrino camorrista, Francesco «Sandokan» Schiavone. Sono gli ultimi killer del clan che tra il 2007 e il 2008 ha deciso di portare l’attacco al cuore dello Stato come reazione all’esposizione mediatica di Gomorra, ai troppi pentiti, alle retate e alle condanne dei boss. Pensando anche di far fuori magistrati, oltre ai familiari dei collaboratori di giustizia e ai concorrenti nelle attività criminali.

«Gli ultimi omicidi e la strage dei sei extracomunitari sono un segnale di debolezza del clan, perché un’organizzazione criminale forte e compatta non ha bisogno di creare problemi. Lo Stato c’è, e si è visto», taglia corto Carmelo Burgio, comandante dei carabinieri di Caserta, incubo dei camorristi di qua. Si è discusso tanto di «terrorismo camorrista», di «guerra civile», di «attacco militare» alle istituzioni, e nelle carte della Dda, come nelle intercettazioni in carcere, effettivamente i casalesi hanno pensato ad alzare il livello di scontro. Le note dell’intelligence si sbilanciano oltre ipotizzando «attacchi destabilizzanti» portati «da gruppi allo sbando». Il riferimento più diretto è al pentito Luigi Diana che a maggio 2007 racconta dell’ipotesi, formulata con il camorrista Sebastiano Panaro, di un attentato per uccidere i giudici del processo «Spartacus», Catello Marano e Raffaele Magi, dopo apposita inchiesta in «stile Br»: «C’era l’idea di uccidere i due magistrati che conducevano il processo Spartacus, il presidente Catello Marano e il giudice a latere Raffaele Magi. Non si trattava soltanto di chiacchiere poiché Sebastiano Panaro mi diceva che stava acquisendo notizie sulle abitudini di vita dei due giudici ed in seguito mi disse anche che il presidente abitava a Pompei, mentre del dottor Magi sapevano anche che macchina usava, mi pare si parlasse di una Porsche». Stesso dicasi del tentativo, poi abortito per il tradimento di un affiliato, di far saltare in aria il pm Raffaele Cantone che per anni ha inseguito e perseguito i capi storici dell’organizzazione. Il primo progetto d’attentato da parte del gruppo Zagaria è del 2006, il secondo avviso è dell’autunno 2007. A firmare la condanna a morte l’ex boss Augusto La Torre, ras della zona di Mondragone, che per l’operazione avrebbe messo a disposizione ben cinquantamila euro. A curare la parte operativa dell’azione, quella finale, doveva essere Antonio Iovine da San Cipriano d’Aversa, capo indiscusso dei clan dei casalesi ancora in attività insieme a Michel Zagaria, ras di Casapenna, entrambi pluriergastolani.

Sono questi i due nomi che compaiono in cima alla black list dei carabinieri con i 12 super latitanti casalesi. Una «sporca dozzina» che vede subito dietro Raffaele Diana, detto Rafilotto, ex fidatissimo del defunto boss Antonio Bardellino, condannato eccellente al processo Spartacus. Ma il vero emergente, «l’uomo che voleva crescere in fretta» per dirla con i carabinieri che gli stanno addosso, è Giuseppe Setola, «mente» del raid di Castelvolturno, reggente dei casalesi, intenzionato a ricreare un gruppo di fuoco a sua immagine e somiglianza sulle ceneri del clan Bidognetti. Setola, definito «un macellaio» dal pentito Luigi Diana, è evaso facilmente dai domiciliari dopo che in una clinica di Pavia gli avevano diagnosticato una «grave patologia retinica». Ha utilizzato lo stesso escamotage dei boss Michele Zagaria e Walter Schiavone, scappati pure loro rocambolescamente da strutture sanitarie: il primo per un’ernia cervicale, il secondo per anoressia provocata da digiuno in cella.
Il resto della banda nascosta tra Casal di Principe, Mondragone e la Baia Domizia vede in prima fila Pasquale Vargas, «bidognettiano» di ferro, resosi irreperibile tre anni fa. La primula rossa Emilio di Caterino, latitante dal 2007, è invece diventato nelle ultime ore la punta di diamante della squadra di Setola. Nell’elenco top secret dei carabinieri spunta poi Raffaele Maccariello, apparentemente un esponente di basso profilo, promosso sul campo dopo una serie di omicidi. Seguono nomi noti agli addetti ai lavori, come Franco Letizia, fratello del sicario arrestato per la strage di Castelvolturno. Come Nicola Panaro, Giuseppe Russo, Corrado De Luca, Giuseppe Caterino. Pesci piccoli diventati squali dopo l’attacco che lo Stato ha portato a Gomorra. Il dodicesimo nome è top secret, anche se vi è un accenno nel libro «L’impero» di Gigi Di Fiore: è stato localizzato, alla sua cattura mancherebbero poche ore.