Così Chinatown fa affari d’oro

Milano Il treno proveniente da Pechino va che è una meraviglia, ma a mettere carbone nella locomotiva sono anche i lavoratori d’esportazione. Così il fiume di denaro torna alla sorgente sottoforma di rimesse. Questo succede nella Chinatown milanese: ogni mattina quelli della «prima ora» e i figli della seconda generazione si svegliano e sanno che devono correre, più veloce, fare di tutto per unire gli sforzi nella catena del produrre-vendere-incassare. E reinvestire. In Borsa, nelle assicurazioni, sul mattone.
Alla fine in Italia restano gli avanzi degli involtini primavera. A Milano chi ha provato a contare le lanterne rosse una dietro l’altra nel triangolo di via Sarpi-Bramante-Canonica, alla fine ha tirato le somme: più di 500 saracinesche in sole otto strade, tasso di penetrazione rispetto alle attività commerciali italiane con tassi dal 50 al 100 per cento (!) e record autentici come un’insegna della Repubblica popolare ogni nove metri. Bar, ristoranti, gastronomie, supermercati e macellerie, scarpe, pelli e biancheria intima. O, spesso, tutte queste cose in un locale soltanto. Sotto la Madonnina si trovano almeno 250 imprese della ristorazione. E le consuete botteghe di abbigliamento e pelletteria, cuore del business con gli occhi a mandorla. Il fatturato nel complesso sfiora i 600 milioni di euro l’anno. Ma è una stima, difficile capire gli ideogrammi sugli scontrini.
Trionfi ottenuti, di frequente, in spregio di leggi e regolamenti, ordinanze e consuetudini del vivere civile. E nei bazar delle cianfrusaglie a 50 centesimi trovi macchine contamonete come fossero soprammobili. Perché qui gli asiatici comprano in contanti il bar di chi vende dopo una vita di sacrifici. Lo stesso fanno con le case. Così, duecentocinquantamila euro in tasca. E ora spuntano pure le banche abusive. L’allarme del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso: «È un enorme flusso di denaro che nasconde una fetta di immigrazione irregolare composta da persone che utilizzano questi sportelli da retrobottega per pulire i soldi del narcotraffico o quelli del lavoro nero».
I commercianti di cravatte di seta, apparsi a Milano dai primi anni ’20, appartengono ad un’altra storia. Da una settimana il Comune prova a riprendere in mano la situazione a colpi di Ztl (zona traffico limitato) e telecamere contro l’anarchia dei carrelli. Intanto, anche oggi, a notte fonda il ragazzo venuto da Yuhu, città dello Zhejiang, regione di When Zou, mette il lucchetto al negozio. Tremila euro al mese possono bastare a giustificare la sua personale lunga marcia.