Così il Cia-gate diventa il Woodward-gate

Mario Sechi

da Roma

È stato ribattezzato Woodwardgate e sembra un contrappasso dantesco. Bob Woodward, stella del Washington Post, il giornalista che è passato alla storia per aver rivelato lo scandalo Watergate e costretto alle dimissioni il presidente repubblicano Richard Nixon, ora si trova invischiato nel Cia-gate.
L’autore della più importante inchiesta giornalistica americana, l’acclamato scrittore di best seller, l’uomo che ha legato il suo nome per sempre a «gola profonda», si è rivelato il terminale numero uno del Cia-gate: non fu infatti l’inviata del New York Times Judith Miller a sapere per prima che Valerie Plame, moglie dell’ambasciatore Joseph Wilson (inviato in Niger dalla Casa Bianca per trovare prove sul traffico d’uranio con l’Irak), era un agente della Cia. Fu Woodward a metà giugno del 2003 a saperlo da una fonte autorevole dell’amministrazione americana. E la sua «gola profonda» alla Casa Bianca non era Lewis Libby, «Scooter» per gli amici, il braccio destro del vicepresidente Dick Cheney.
L’inchiesta del procuratore Patrick Fitzgerald cambia scenario: cambia il calendario, cambiano i protagonisti e avrà bisogno di un nuovo round con un altro gran giurì. La teoria del complotto neoconservatore ordito dal clan del vicepresidente Cheney e dai falchi del Pentagono perde i pezzi. Karl Rove resta ancora sotto inchiesta, ma a Washington sfogliano la margherita: se non è Scooter Libby, chi è la talpa? Ieri il quotidiano online The Raw Report ha puntato su Stephen Hadley, attuale consigliere per la sicurezza nazionale. La Casa Bianca ha smentito. Secondo fonti autorevoli interpellate dal Giornale, la gola profonda con cui Woodward si sarebbe incontrato più volte nel 2003, mentre scriveva il suo libro Plan of Attack, sarebbe Richard A. Armitage, ex braccio destro di Colin Powell. Sarà l’indagine a svelare il giallo, ma se l’obiettivo passa dal Pentagono al Dipartimento di Stato, dai «falchi» alle «colombe», lo scenario del partito anti-Bush rischia di essere un boomerang.
Woodward ha fatto la rivelazione solo dopo esser stato convocato dal procuratore Fitzgerald. Per due anni ha coperto la sua fonte e ha taciuto anche mentre la collega Judith Miller trascorreva 85 giorni in carcere. Woodward racconta di aver incontrato Scooter Libby il 23 e il 27 giugno del 2003. L’assistente del vicepresidente Cheney non gli parlò mai di Valerie Plame. La difesa di Libby gongola: se gli premeva così tanto far uscire allo scoperto il nome dell’agente Cia per vendicarsi di Wilson (che aveva criticato l’amministrazione Bush sul caso Niger) perché non approfittare di un premio Pulitzer per lanciare nei media la rivelazione?
Come accadde per Dan Rather (autore di un falso scoop sul servizio militare di Bush mandato in onda dalla Cbs), Woodward rischia di chiudere la sua brillante carriera con un flop. Il marito della Plame, l’ambasciatore Wilson, ha chiesto un’indagine sul Post e su Woodward («c’è un conflitto di interessi») che criticò il procuratore Fitzgerald. Al Washington Post il morale della redazione è sotto i tacchi. Woodward si è scusato pubblicamente con i lettori, ma nel palazzo del Post, sulla quindicesima strada, tira aria pesante. Ieri il direttore Leonard Downie Jr. ha aperto un forum online per rispondere alla raffica di domande dei lettori. Il Cia-gate non è più soltanto un affare dell’eterno rivale, il New York Times. L’imbarazzo è tale che il direttore del Post ha dato il via libera ai suoi giornalisti per dare la caccia della gola profonda: «La promessa di confidenzialità vale solo per il giornalista che l’ha fatta». Ventitré anni dopo, il Washington Post passa dal Watergate al Woodwardgate.