Così Ciancimino junior riciclava il tesoro del padre

Massimo è stato arrestato ieri insieme con l’avvocato Ghiron: l’accusa è di aver nascosto un patrimonio di 150 milioni

Gianluigi Nuzzi

È una caccia al tesoro che la procura di Palermo conduce da 22 anni. Da quando Vito Ciancimino, sindaco padrone della città degli anni ’70, prima finì in carcere per mafia, travolto dalle accuse di Tommaso Buscetta, poi nel 2002 morì in solitudine senza indicare le chiavi, i conti, dell’immenso patrimonio. Per l’accusa ora il figlio Massimo e l’avvocato Giorgio Ghiron, presunto prestanome con studi a Londra, New York e Roma, gestiscono questa enorme fortuna, valutata oltre 150 milioni di euro, sottraendola al Tribunale. Per questo ieri i due sono stati arrestati. Entrambi sono accusati di aver riciclato i soldi accumulati e nascosti da don Vito negli anni del boom edilizio, degli appalti, dei cartelli. Il gip Gioacchino Scaduto accoglie le sollecitazioni del «pool Ciancimino», cinque magistrati (Roberta Buzzolani, Michele Prestipino Giarritta e Lia Sava e gli aggiunti Sergio Lari e Giuseppe Pignatone) che dal 2002 indaga in un Monopoli senza frontiere sul patrimonio della famiglia palermitana.
Un immenso patrimonio ancora in gran parte sommerso. A oltre vent’anni dalle prime indagini patrimoniali sui Ciancimino, gli investigatori sono infatti ancora lì a ricostruire una ragnatela sterminata di proprietà occulte del primo politico condannato in Italia per mafia. Un uomo che aveva visto nella metanizzazione dell’isola uno dei grandi affari di fine secolo sui quali confluire le risorse occulte. Ma i tasselli mutano. I prestanomi cambiano. Società intestate a professionisti compiacenti che passano di mano, conti in Svizzera e Olanda gestiti da Ghiron, come uno cifrato al Credit Lyonnais di Ginevra, interessi mimetizzati a Panama. Insomma, una finanza volutamente «grigia» nasconde un patrimonio in minima parte sequestrato dagli inquirenti. Che, anche ieri, hanno messo i sigilli ad aziende, società di catering, case nel centro storico di Palermo, yacht Itama 55, elicotteri, auto di lusso. Ancora: una quota da 1,9 milioni di euro della quotata Kaitech Spa, intestata alla Camtech Sa, sino a federe, spalliere e mobili che il giovane imprenditore vendeva nel suo negozio d’arredamento di via della Libertà nel capoluogo dell’isola. Le prime saldature finanziarie con le cosche, scoperte dalla polizia Valutaria delle Fiamme gialle, i carabinieri di Palermo, l’Ufficio italiano Cambi, erano infatti saltate fuori analizzando i pizzini di Antonino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano poi pentito. Interessi sulla holding Gasdotti azienda siciliana Spa: il cosiddetto gruppo Gas, snodo delle società attribuite a Ciancimino, ceduto agli spagnoli del colosso Gas Natural per 116 milioni dei quali 60 finiti all’erede di don Vito. Insomma, interessi sull’affare della metanizzazione con i collaboratori di don Vito lì a gestire aziende in odore di mafia.
Una conferma degli intrecci Ciancimino-Provenzano, sostenuti da pentiti come Giovanni Brusca, Vincenzo Ferro e Giuffrè, e degli interessi di Cosa nostra per il gas è saltata fuori dalla masseria a Montagna dei Cavalli di Corleone dove viveva Provenzano. Dall’archivio dei pizzini, delle lettere ricevute dai capi famiglia, ve ne sono due dell’inverno 2003 firmate dal boss di Trapani Matteo Messina Denaro. Due missive vergate per gestire la realizzazione della rete di distribuzione del gas metano nel comune di Alcamo. E che raccontano, secondo quanto ipotizza la Procura, di come Massimo Ciancimino si prese 250 milioni di vecchie lire, sborsati da un’azienda e che dovevano andare ai picciotti detenuti. Quei soldi «non ci arrivarono mai perché - racconta Denaro a Provenzano - se li rubò uno dei figli del suo paesano morto, questo figlio sta a Roma. Io di ciò non dissi mai niente a lei perché capivo che si poteva solo mortificare della cosa e quindi ho preferito far morire il discorso. Questo figlio del suo paesano morto sa di aver rubato soldi non suoi e di sicuro si è divertito a Roma visto che abita là, quello che non sa è che quei soldi erano destinati a famiglie di detenuti che hanno bisogno, ma comunque ritengo il discorso chiuso, se la vede lui con la sua coscienza». I soldi in realtà dovevano quindi arrivare direttamente a Provenzano che li avrebbe poi fatti avere a Messina Denaro per recapitarli infine alla famiglia di Alcamo, territorio interessato dai lavori di metanizzazione.
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