Così la Cina si mette in mostra

Xu Bing. Gu Wenda. Chen Zhen. I nomi degli artisti cinesi sono sempre più melodiosi e semplici da ricordare. E non è un caso: all'inizio del '90 l'arte cinese contemporanea debutta nel mercato occidentale, senza intenzione di eclissarsi a bordo di una carrozza. E il rischio che questa si trasformi in una zucca, pare remoto quanto un tempo i confini del paese. Dalla mostra del '98 al PS1 di New York e al Sfmoma di San Francisco a quella italiana del 2005 sulla pittura contemporanea cinese, dalle quotazioni da capogiro (complici collezionisti statunitensi e svizzeri) alla nutrita presenza ad aste, biennali e fiere, ecco come gli artisti cinesi sono diventati sempre più di casa in Occidente. Spesso, tanto da poter tornare nella stessa Cina che prima non li «gradiva».
Un miracolo avvenuto sotto la stella dorata del mercato, che ha attirato gallerie straniere e italiane (Marella, Continua) con nuove sedi, tra Pechino e Shanghai ove, tra Factory 798 e Moganshan Road Art District, il contemporaneo corre veloce. E proprio per questo, la mostra «China Contemporary Art» al Museo d'Arte Contemporanea Villa Croce, curata da Alberto de Simone ed Emanuela Patella (fino al 4 novembre) è un'occasione. Perché vedere riunite tante opere, dall'89 ad oggi, ordinate secondo sezioni tematiche che chiariscono genesi, sviluppo e tendenze, permette non solo di apprezzarne le peculiarità ma di comprenderne le ragioni. Ad aprire le danze dell'evento - VI appuntamento della manifestazione «Cina. Volti della tradizione-Prospettive del futuro», che si concluderà a maggio 2008, ed ennesimo impegno del programma Asiart del Celso di Genova - è l'intervento site-specific di Qikai Zhang. L'artista ha trasformato piazza De Ferrari nel campo di battaglia dell'esercito di terracotta del I Imperatore Qin Shihuangdi, ma la battaglia giocata, in questa rivisitazione di un emblema della tradizione cinese, è il dialogo con lo spazio e l'uomo nell'immediatezza dell'arte.
L'invasione cinese a Genova parte dal suo centro, e richiama quella che si è appena conclusa a Kassel, alla kermesse internazionale documenta12, ove Ai Weiwei ha portato 1001 cinesi mai espatriati, per promuovere la comunicazione attraverso il singolo. E Ai Weiwei, è uno dei molti artisti, affermati a livello internazionale, presenti a Villa Croce, che propone anche tre omaggi ai maestri per eccellenza: Xu Bing, Gu Wenda e Chen Zhen. L'ouverture è affidata a «Diary» di Song Gang, esposta nell'89 alla Galleria Nazionale di Pechino, in «China Avantgarde», mostra chiusa dopo pochi giorni, causa pericolo presunti attentati, a pochi mesi da Tienanmen. Questo evento, e un altro simile del '79, scatenano l'interesse dell'Occidente che subito non coglie tanta eversione nelle opere in causa. Ma in una Cina da arte di regime o naturalismo, installazione, happening e new media profumano troppo di individualità. E la diaspora degli artisti ha inizio, creando un interesse che diventa mercato. E se in questo hanno albergo anche certi «esotismi», i capolavori non mancano. In mostra, l'Avanguardia col gruppo The Stars, che si presenta armato di un manifesto, e la foresta di bambù di Zhang e il boom dell'arte cinese con l'installazione sul Buddismo Chan di Wu Lin. La rilettura in chiave pop di Mao, che ora, ovviamente rosso, mangia riso e popolo (Ma Han), adesso si moltiplica, sorride e applaude chissà cosa (Gao Xiawu). Ecco poi i cinesi alle prese con icone occidentali, dall'Adidas (He An) ai manifesti pubblicitari (Wang Guangyi) per poi fonderli, per gioco, con le proprie, in una fanciulla su piroga che allatta un panda (Zhao Bandi).
E intanto Paolo Odone, presidente della Camerca di commercio, anticipa che si sta lavorando per portare al Festival di Sanremo un cantante cinese. L’invasione continua.