Così Cofferati sceglie i pannolini assorbi flop

Cofferati esaltato dalla stampa: "Un eroe, ha sacrificato la politica per il figlio". Ma la realtà è diversa: a Bologna stava per essere trombato. La strategia del sindaco: ha usato il bimbo per coprire il flop

«Il coraggio di Sergio». «Una scelta senza precedenti». «Un nuovo stile». «Una lezione rivoluzionaria». «Un gesto eroico». La decisione di Cofferati di rinunciare alla candidatura a sindaco di Bologna «per fare il papà» del piccolo Edoardo, come ha dichiarato, ci ha rovesciato addosso una colata di retorica al sapore di pasta Fissan, una cascata di incenso e borotalco, un mare di falsità che grondano da ogni parte pappa al semolino e omogeneizzati Plasmon. I giornali si sono riempiti di foto da album del battesimo, zuccherosi quadretti familiari con il Cinese, l’ex sindacalista che domava le masse, in palese difficoltà a domare una carrozzina. Ma che umanità, che tenerezza. C’è un cuore d’oro sotto la barba che arringava le folle. E cronisti e commentatori hanno fatto a gara per esaltarlo, raccontando le sue eroiche gesta: pensate un po’, gira come tutti con la foto del bimbo sul telefonino e non fa altro che parlare di lui. «In quest’immagine non è venuto bene». «È molto meglio». «È molto sveglio». Che ci manca? Ah, già la febbre. L’altro giorno il piccolo ha avuto qualche linea e Cofferati non c’era. «Mi sento in colpa», ha confessato disperato. Qualcuno lo consoli: potrà presto rifarsi con la prossima diarrea.

Per carità, capiamo che il modello Yoghi (ostile fuori, morbido dentro) sia veramente trendy in questo periodo. Ma non si può nemmeno esagerare. Descrivere questo ex sindacalista, che faceva tremare i polsi all’Italia, come un uomo che va in ansia per un pannolino da cambiare non fa giustizia né a lui né alla verità. Non ha esitato a bloccare il Paese per anni, possibile che ora vada in tilt per un ruttino dopo il biberon? Suvvia, siamo seri. Concita De Gregorio, direttore dell’Unità, arriva a scrivere, con abusata citazione, che quello di Cofferati è «un piccolo passo per l’uomo e un grande passo per l’umanità». E quando al piccolo cadrà il primo dentino da latte, allora, che cosa sarà? L’Apocalisse?

Cofferati, in realtà, non si candida a Bologna perché rischia seriamente di essere trombato. Lo sanno tutti. Il problema non è tanto la lontananza dalla culla, piuttosto la vicinanza al nulla. «Per la città è sempre rimasto un marziano», dice il neo direttore del Mulino, Pietro Ignazi. E in effetti già la decisione di trapiantare a Bologna uno che è nato a Cremona, ha lavorato a Milano, è stato leader a Roma e ora vive a Genova, appare piuttosto bislacca. Ma tant’è. Purché non si cerchi di nascondere l’ennesimo fallimento della sinistra dietro la retorica del formaggino Mio e del Vasino Bimbo Super.

Tanto più che Cofferati ha dichiarato che si metterà a disposizione del partito, che fino a prova contraria sta a Roma. Qualcuno dice pure che sarà candidato a Bruxelles. Ora, se la trasferta Genova-Bologna risulta essere insopportabile per il cuore di papà, come potrà esserlo quella Genova-Roma, o peggio ancora quella Genova-Bruxelles? Solo fare il sindaco comporta fatica? Il resto dell’attività politica è una vacanza? Il seggio all’Europarlamento pure? Mettiamoci d’accordo, prima che al piccolo Edoardo torni la bua al pancino (tranquillo, Coffi: le coliche sono routine).

E poi bisognerà pur dire, una volta per tutte, che questi padri vip che diventano padri a sessant’anni si sono trasformati in un cliché insopportabile. All’improvviso paiono incapaci di parlare d’altro che non siano seggioloni e passeggini, latte Humana e pastina Mellin, liofilizzati al pollo e pappe lattee della «linea pancino». Per una vita sono stati sulle barricate, determinati e aggressivi, hanno retto il confronto con gli avversari più tosti, ma di colpo sembrano pronti a crollare di fronte a un sederino arrossato. Lotta dura, senza paura. A parte la paura del pustolino, però.

Se questo è l’effetto sui nonni-papà, allora permettetemi un consiglio: fateli prima i figli. C’è un tempo per ogni cosa. E se si provasse a rispettarlo, quel tempo, forse si scoprirebbe che diventare padri non è un’esperienza «eroica» né «senza precedenti». Per fortuna, anzi, di precedenti ce ne sono un sacco: da che mondo è mondo, l’umanità va avanti così. Grandi passi? Macché. Piccoli passi. Anzi, passettini. Le ansie per il ruttino, i pannolini da cambiare, l’attesa della cacca, la bua al ditino: quotidiana normalità per chiunque sia stato padre e che ha vissuto questi momenti senza farne un gesto epico, un atto rivoluzionario, un fatto storico o epocale.

Ma se l’esaltazione del babbo famoso coi capelli grigi risulta spesso insopportabile, in questo caso, abbiamo davvero oltrepassato il limite. Perché, diciamocela tutta: il vero «coraggio di Sergio», come l’hanno definito, non consiste nel rinunciare alla politica per il bimbo. Piuttosto consiste nell’usare quel bimbo per coprire il flop in politica. A ben vedere è il servizio peggiore che si possa fare alla famiglia. Almeno si abbia il buon gusto di non rivestirlo di Pampers e ipocrisia.