Così Comisso fece da padre a Parise

È noto che, alle nozze celebratesi in Vicenza il 29 agosto 1957, Giovanni Comisso (1895-1969) fece da compare a Goffredo Parise (1929-1986), donandogli per l’occasione un anello composto di: giada da lui medesimo acquistata decenni prima in Cina raffigurante un libro + montatura d’oro ottenuta per fusione dai pennini delle varie stilografiche con cui aveva scritto le sue opere. Meno si è meditato invece sul senso del dono, peraltro inequivocabile: l’ultrasessantenne Comisso passa le consegne «tecniche» al giovin pupillo, indicandogli pure la meta - ché Parise, manco a farlo apposta, raggiungerà la Cina nove anni dopo, per inviare da lì un memorabile reportage.
Questo bisogno di figliare fu una costante del trevisano, il quale già nel ’47 aveva battezzato in casa Giuseppe Berto, patrocinandogli Il cielo è rosso. Certo però che quello con Parise fu un gran colpo di fulmine se, giusto terminata la lettura del freschissimo Prete bello, Comisso si precipitò a Vicenza per incontrare l’autore, ahimè assente.
L’incontro tuttavia era solo rimandato di pochi mesi: a metà luglio del ’54 infatti Comisso presentò Parise in un convegno a San Pellegrino Terme, dove esaltò gli svolgimenti di una linea veneta che, originatasi dalle relazioni degli ambasciatori della Serenissima, pei lombi congiunti di Nievo e Comisso stesso era giunta a... Goffredo, appunto.
Da quanto si è detto, è chiaro che il Parise amato da Comisso fu quello del Prete bello, mentre attenzione minore e solo retroattiva gli destarono i due romanzi precedenti, Il ragazzo morto e le comete (1951) e La grande vacanza (1953). Si può ora aggiungere che anche in seguito sarà così, nel senso che i due successivi, Il fidanzamento (1956) e Atti impuri (1959), nulla aggiungeranno alla stima, mentre l’ultimo, Il padrone (1965), d’ambientazione milanese - non dunque vicentina come gli altri - e impostazione moraviana, toglierà assai, e non solo alla stima ma ancor più all’amicizia.
Non che fossero mancati screzi anche prima, e uno piuttosto grave nel ’60, quando Comisso tentò d’imporre alla Longanesi Il soldato nudo di Giampiero Bona, romanzetto su un’iniziazione in caserma che Parise reputò «non eccezionale» scatenando le ire del mentore. Ma fino almeno al ’62 l’amicizia tiene, nutrendosi per varie vie dell’humus veneto; e a dimostrarlo è l’unica lettera a Parise che ci sia rimasta in assoluto di Comisso. Datata 22 dicembre 1961, essa è stata pubblicata tempo fa su Studi novecenteschi da Manuela Brunetta, che l’aveva scovata tra i libri del destinatario custoditi al Centro Parise di Ponte di Piave.
Il suo nocciolo è già quasi un racconto, e fa: «Sono stato a Vicenza con Alfredo e il Conte Perusini, il quale deve fare pubblicare un libro di ricette della cucina friulana compilate da sua madre, presso Neri. Neri mi à fatto vedere tutti i libri stampati da lui: una meraviglia. È straordinario. Poi tutti assieme li ò portati in Corso Padova 18 dalla mia vecchia amica Guerrina De Vettori. Prima cosa la casa (la stamberga) dentro al cortile di un vecchio palazzo (che lo stesso Scapin non conosceva) fece a tutti gridare, io in testa: questa è la Vicenza di Edo. Tu avessi visto, ossia tu l’ài già visto. Cumuli di biciclette vecchie, ballatoi, gente povera di famiglie che si odiano tra loro, brave massaie, mistiche e puttane, saffiche diventate idoli delle giovanette, lei poi, la Guerrina, che non si sapeva se era uscita da un manicomio, da un carcere o da una emigrazione in Svizzera. Di una memoria limpidissima ricordava tutte le lunghe estati calde passate con lei a Vicenza negli anni della guerra. Tutte le sue amiche che concedeva a noi, ora sono oneste donne con 7 o 8 figli. Pensa in questa sua grande stanza a piano terra: una poltrona settecentesca che offriva a tutti, un alberetto di natale, tre letti disfatti, un tavolo con bicchieri sporchi bottiglie e fiaschi vuoti, un’aringa salata. Su una sedia un catino con acqua sporca. E fuori sulla portiera in gingillo natalizio una lampadina con grandissimo paraluce di cartone pendeva dal soffitto. Diceva che ora va a messa tutte le mattine. Una donna che tu devi vedere. Legge romanzi gialli. Un grande volto tra capelli bianchi tagliati corti, grandi occhi chiari, mammelle sode e spaziose, corpo immenso. E parlò sempre lei senza una inflessione dialettale, volubile, spigliata, affettuosa, considerava Virgilio un ragazzino. Vieni su per vederla e contemplarla. Tutti erano istupiditi».
Giusto per chiarire: Alfredo Beltrame è il trattore trevigiano che di lì a poco avrebbe fondato «El Toulà»; Gaetano Perusini, etno-collezionista di Udine, sarebbe stato nel ’77 ammazzato da ignoti durante un gioco omoerotico; Giuseppina Pertusini Antonini avrebbe visto assai prima uscire da Neri Pozza il suo ricettario, con prefazione di Comisso; Virgilio Scapin, del quale Comisso aveva appena sponsorizzato un paio di racconti sul Mondo, stava mollando il bar di Piazza dei Signori per farsi sempre lì libraio.
Di lettere di Parise a Comisso ne risultavano invece trentaquattro, conservate nel Fondo Comisso della Biblioteca Comunale di Treviso e pubblicate in due riprese da Piero Urettini e da Ilaria Crotti. Bene, ispezionando il mese scorso lo stesso fondo, ma attingendo da un altro fascicolo, ne ho scovata una trentacinquesima, spedita da Roma il 2 gennaio 1962, che pubblico qui in anteprima assoluta (non senza avvisare che in veneto sélega s.f. = passero s.m, che polpe = calzoni al ginocchio dell’Ancien Régime, e che la madre di Parise aveva traslocato il giorno prima da Vicenza a Treviso, in un appartamentino al 4° piano senza ascensore).
* docente di Storia della Filosofia,

Università degli Studi di Milano