«Così concilio la mondanità con la fede»

Claudia Koll parla della sua «conversione» e del suo impegno in palcoscenico mentre debutta al Vittoria al fianco di Attilio Corsini

Giuliano Compagno

Ogni dialogo è una storia a sé. Si chiamano «interviste» quando a ogni domanda segue una risposta, a un certo punto le domande finiscono e ci si saluta. Questa con Claudia Koll, fortunatamente, è rimasta un «dialogo», perché le risposte non esaurivano le domande. Semmai il problema è che alla fine di un dialogo tornano indietro immagini o frasi mai dette, come quando in principio, cercando di definire la bellezza di questa brava attrice romana, ho dato atto del suo «esser signora» e della sua «grazia», ahimè dimenticando di citare una grandissima attrice che per me aveva i medesimi doni, Jeanne Moreau. Persa quell’occasione, di annegare nella memoria estetica, s’è provato a parlar d’altro, in uno studio del teatro Vittoria, nell’attesa che cominciassero le prove di Prigioniero della Seconda strada, che debutterà domani sera per la regia di Attilio Corsini.
Qual è stata la svolta della sua carriera?
«La conduzione di Sanremo. Per accettarla dovetti interrompere Uomini sull’orlo di una crisi di nervi. Ma in quel periodo sentii che sarei tornata al teatro, per rimanervi. In fondo avevo sempre pensato al teatro come alla più alta forma d’arte da cui potesse conseguire la vita».
C'è in lei un tratto ironico e ce n’è un altro melanconico.
«Lei trova? Un lato melanconico non me lo vedo proprio... può darsi che il contrasto sia piuttosto tra l’ironia e l’intensità».
Arriviamo subito al centro della sua vita. Si fa spesso dell’ironia parecchio idiota parlando delle «conversioni» altrui... che poi non sono mai conversioni, ma sentieri nuovi...
«Oppure strade che già cercavi senza saperlo».
Per esempio?
«La strada della verità. Per un cristiano la verità va comunque cercata».
Ma poi ci sta anche la bella immagine junghiana del «giro della vita». Jung diceva che, tra i 35 e i 50 anni, o cambiamo radicalmente, quasi diventando l’opposto di quel che eravamo, o rischiamo di essere, da vecchi, la parodia di quel che eravamo da giovani.
«Se il cambiamento è spirituale, è un’immagine che comprendo bene».
Cosa ha significato per lei intimamente, incontrare la fede?
«Ha significato tutto, ma ci sono tre cose che mi vengono subito in mente: la prima è consistita nel trovare l’amore, un tipo di amore che finalmente mi superasse; il secondo aspetto rileva del senso di colpa, che in buona parte mi ha abbandonato, proprio in ragione della coscienza della mia stessa finitezza; il terzo è più personale e allo stesso tempo riguarda davvero tutti noi: ho smesso di sentirmi Dio, di vivere come Dio, ho messo da parte qualsiasi delirio di onnipotenza».
E ce n’è pochina di umiltà in giro...
«E a essa si accompagnano i sentimenti del pentimento e del perdono. Si perdona quando si è perdonati e viceversa».
Ma come si concilia tutto questo con la mondanità e con la bellezza, che pure esistono...
«Per me si concilia assai meglio di prima. La bellezza del mondo, della natura, degli esseri umani... Non siamo soli e non ci salviamo da soli».
Ad aver tutte queste certezze, non si corre il pericolo di sentirsi incompresi, troppo diversi?
«Ma guardi che io non mi sento affatto migliore di lei! Si tende sempre a un completamento, si soffre anche di solitudine. E si provano il dolore, la gioia... ».
Mi parli della sua Edna a fianco di Corsini. Che ruolo è il suo? Di una donna sola?
«Ma no! Per niente sola! È una donna che cerca di comunicare. La storia è quella di una crisi, certo, ma di una crisi che non viene consumata, bensì affrontata e risolta».
E mi dica di un luogo che le piacerebbe visitare?
«La Terra santa».
Ma laggiù forse c'è già stata... Invece un luogo sconosciuto dove vorrebbe andare?
«Il Paradiso!».
L’avevo premesso che non si era trattato di un’intervista... Iniziata da una non domanda e terminata nel luogo aperto a ogni immaginazione. Del resto «il Paradiso non è più lontano della camera accanto», dove attendono - scriveva Dickinson - felicità o rovina.