«Così le coop invadono la città»

Dal Porto Antico a Fiumara: una storia infinita di operazioni immobiliari

«Dice: La Coop sei tu. Mi sta bene. Ma sarebbe meglio che fossero anche altri».
Si spieghi, Alberto Gagliardi. Il senso non è chiaro.
«Voglio dire - attacca l’esponente di Forza Italia, sottosegretario agli Affari regionali - che preferirei ci fossero anche altri imprenditori a lavorare a Genova. Per ragioni di equilibrio di mercato».
Non mi dirà che c’è una specie di monopolio?
«Un monopolio, di fatto, a Genova esiste. Non è colpa delle coop rosse, quelle emiliane in particolare. Che però hanno egemonizzato il settore delle costruzioni».
Detta così, pare un’esagerazione.
«Allora faccio un piccolo elenco. Ma parto dalla coda, dall’episodio più recente: palazzo ex Ilva a Carignano, che le coop hanno appena comprato per trasformarlo in albergo di lusso. E poi: il palazzo Unimar in via Dino Col da ristrutturare per farne un polo artigianale da 27mila metri quadrati, e la rimessa Amt di Sampierdarena. Dalle sue ceneri nasceranno appartamenti, negozi, verde pubblico e un autosilo per 300 macchine».
Normali operazioni immobiliari, alla luce del sole.
«Infatti. Ma possibile che qui non ci siano altri soggetti interessati?».
La solita storia degli imprenditori che, secondo lei, sono “prenditori“, cioè si mettono in azione solo con i soldi degli altri.
«Non spiega tutto. Andiamo oltre, risalendo a ritroso l’elenco delle conquiste targate cooperative rosse. Un elenco che parte dal Cinquecentenario di Colombo».
E poi dicono che porta sfortuna.
«Agli altri. Alle coop no di sicuro: hanno cominciato lì ad allungare i tentacoli, nell’area Expo, mattone più, mattone meno, dall’Acquario alla pista di pattinaggio. Come per le ciliegie: una ruspa tira l’altra. Sono arrivati il sottopasso di Caricamento, Palazzo Ducale, Marina Porto Antico, Facoltà di Economia, parcheggio di piazza della Vittoria, viabilità della sponda sinistra del Polcevera. Scusate se è poco. Senza contare la Metropolitana».
Complimenti. Lei ha una memoria di ferro. Basta così?
«Niente affatto. Pensiamo allo scempio “storico“ delle costruzioni in collina, alle Lavatrici di Prà, alla diga di Begato, al quartiere di Costa degli Ometti, il famoso e famigerato presepe. Solo e sempre coop. Ancora: le Villette di viale Modugno a Pegli, parcheggi residenziali, Terminal traghetti, Darsena, Macelli di Ca’ de Pitta...».
Prenda fiato. Che c’è di strano? Chi è più bravo vince.
«Che siano bravi, non c’è dubbio. Ma il punto è un altro: l’invadenza delle coop rosse emiliane, guarda caso, costituisce un formidabile caposaldo per puntellare il potere politico di sinistra che governa da decenni il territorio. La conquista e il consolidamento del consenso passano anche attraverso questi exploit immobiliari».
Legittimi.
«Assolutamente sì. Nessuno fa illazioni su eventuali scambi di favori, ci mancherebbe! Solo che, in questo modo, si consolida un sistema che, a lungo andare, non consente l’inserimento sul mercato di altri soggetti imprenditoriali. Tant’è vero che...».
Che fa, insiste?
«...quando s’è trattato di costruire alla Fiumara e a San Biagio, hanno vinto di nuovo le coop. Però vorrei sapere che fine hanno fatto i 210 appartamenti che dovevano essere messi a disposizione delle forze dell’ordine a San Biagio. Del progetto originario, ho visto l’albergo, l’ipermercato, ma neanche una stanza per i poliziotti, come voleva la legge 203 del 1991 che stanziava fondi per costruire alloggi destinati agli agenti».
Alla Fiumara, almeno, è andato tutto come previsto?
«Per niente. A parte lo scippo delle aree ai danni dell’attività marittimo-portuale, mi chiedo che fine ha fatto il “vero“ Palazzo dello sport. Ne hanno fatto uno che neanche gli somiglia, e difatti ospita concerti».
A suo tempo lei, Gagliardi, aveva messo dei manifesti.
«Ne ho fatto tanti. Uno diceva: “Chi lavora a Genova? Solo le cooperative emiliane“. L’altro: “Le mani sulla città. Mentre Genova muore, una cosa cresce: l’invadenza della coop rosse“».
Oggi li farebbe ancora?
«Manifesti o no, la gente deve capire che la democrazia è anche rispetto delle regole di mercato, della concorrenza. Altrimenti, quando si va alle urne a votare... Di questo passo il consenso è ingessato. O meglio: è letteralmente cementato».